Sarebbe bello che anche a Bologna si unissero le competenze a disposizione per delineare la storia operaia dell’ex macello e unire le storie di chi ha vissuto quegli spazi come lavoratore, come partigiano, come cittadino, come artista. Essendo uno dei quadranti più vivi e interessanti della Bologna di oggi, può nascere una sinergia interessante per raccontare le trasformazioni di quel luogo
di Cristian Tracà, consigliere di quartiere
Da Plaza Legazpi a Piazzetta Pier Paolo Pasolini ci sono esattamente 1724 km. Grande è la distanza ma anche la comunanza dei destini tra i luoghi simbolo che si trovano davanti a questi due spazi. A Madrid lo chiamano El Matadero (qui), a Bologna siamo dentro quel polo delle arti che comprende DAMSLab, due sale cinematografiche e la fantastica biblioteca della Cineteca, ma anche dentro il Mercato Ritrovato che si innesta uno o due volte a settimana in quel complesso.

Soprattutto durante la settimana del Cinema Ritrovato quei mattoni acquistano una particolare magia, perché diventano crocevia di lanterne magiche, macchine a carbone e discorsi internazionali sul cinema, ma quotidianamente sono punto di riferimento per cinefili e nuove generazioni che si affacciano al mondo delle arti.
Con le dovute differenze legate alle proporzioni dell’area, calibrate rispetto anche alla diversa grandezza delle città in cui si trovano, ci troviamo davanti a due rette parallele. La vera chiave di volta di queste due storie è l’origine comune: in entrambi i casi parliamo di luoghi in cui si macellava la carne, anche se nella nostra città si interseca anche con la storia dell’ex manifattura Tabacchi.
Quando ho raccontato alla mia guida spagnola, un bravissimo e giovane studente di storia contemporanea, che anche nella Dotta avevamo un luogo con un percorso simile, è impazzito dalla voglia di venirlo a conoscere.
Il mattatoio madrileno ha conosciuto periodi di crisi e di splendore ed è stato usato anche come luogo di reclusione e morte durante l’epoca franchista. Oggi ospita mostre, centri di lettura, spettacoli, residenze artistiche, danza, cinema e laboratori per bambini e bambine. Durante la visita guidata, nonostante i 40 gradi, era pieno di famiglie e passeggini. Un’area più grande e quindi con più possibilità, da cui possiamo cogliere un suggerimento: raccontare la storia di quella porzione di città nel Novecento, aggregare più realtà con una grande cabina di regia che racconta alla città la proposta di quei luoghi.
Il macello comunale tra via Azzo Gardino e Porta Lame, si legge nel Catalogo generale dei Beni culturali:

«Negli anni tra il 1806 e il 1808 venne trasferito per editto napoleonico in un terreno a ridosso del Porto Navile. Alla fine dell’Ottocento si rese necessaria la costruzione di un nuovo impianto, iniziata nel 1883 e portata a termine nel 1884 su progetto di Filippo Buriani, negli anni in cui il futuro direttore dell’Ufficio Tecnico Comunale progettava molte altre opere pubbliche della città. Filippo Buriani, costruendo insieme ad Andrea Priori nuovi volumi dal segno incisivo, realizzò con metodo alcuni edifici inseriti tra il Canale Cavaticcio e le mura, accanto alla Salara, ricorrendo quale motivo unificante all’uso del mattone»
Nel corso del Novecento, per affrontare le mutate esigenze produttive, furono aggiunti alcuni edifici accanto a quelli originari.
Gronda di storie da raccontare, a partire dall’intreccio con la storia della Liberazione della Seconda Guerra Mondiale, che ogni anno viene celebrata tra il giardino Klemen e Porta Lame, tra quel brandello di muro e quel bellissimo monumento sul viale che ricordano uno dei momenti più importanti della Resistenza. Sicuramente abbiamo a disposizione molte informazioni sulla base partigiana del Macello, sulla battaglia successiva e su quel 7 novembre 1944.
Non sono riuscito a trovare materiali approfonditi sulla storia precedente, ma non ho fatto una ricerca approfondita d’archivio e magari in città c’è chi ha lavorato sul tema e conosce elementi utili da mettere assieme. La Commissione di Quartiere che coordino è a disposizione per fare rete tra chi vuole creare un circuito di informazioni e studi su quegli spazi.
A Madrid ho avuto la fortuna di avere nel mio gruppo di visita un ex operaio del Matadero, con una memoria precisa che andava a integrare il racconto della guida, che invece aveva studiato dai libri e dalle testimonianze in essi raccolte. Non so se a Bologna ci sono ancora in vita persone che hanno lavorato nel macello. Sarebbe importante raccogliere queste storie che disegnano la parabola di cambiamento storico e di trasformazione urbana.
Sarebbe bello che anche a Bologna si unissero le competenze a disposizione per delineare la storia operaia dell’ex macello e unire le storie di chi ha vissuto quegli spazi come lavoratore, come partigiano, come cittadino, come artista. Essendo uno dei quadranti più vivi e interessanti della Bologna di oggi, può nascere una sinergia interessante tra Anpi, archivi storici, Università e associazioni culturali per raccontare le trasformazioni di quel luogo.

