Nuovo stadio, isole di calore, consumo di suolo. Mentre l’ennesima estate bollente ci ricorda che il tempo per provare a mitigare gli effetti del cambiamento climatico è adesso, città e Regione sembrano incapaci di far applicare le norme ambientali che già esistono, da loro varate, lasciando campo libero al “business as usual” del sistema diseguale e predatorio in cui tutti viviamo
di Paola Bonora, già docente Unibo
Sabato 22 agosto il “Corriere Bologna” titola «Un piano decennale per il clima»: un’intervista all’assessore all’urbanistica del Comune, il quale dichiara che serve tempo. Affermazione che fa tornare alla mente che il primo Piano climatico del Comune risale al 2015. Con analisi e indicazioni che sono state via via inserite nei diversi strumenti di piano successivi (Paesc, Pug, et al.) in un processo di progressiva integrazione della questione climatica nella pianificazione, fino al recente Climate-Neutral and Smart Cities Contract con cui Bologna diventa una delle 100 città europee con l’obiettivo della neutralità climatica al 2030.
Anche la Regione al Patto per il lavoro del 2015 ha aggiunto, nel 2020, l’estensione «e il clima», mantenuta anche nella titolazione più recente (2026), integrata con «e l’economia sociale» il cui fulcro è la transizione ecologica.
Documenti con analisi e obiettivi ben delineati, ispirati ai documenti europei di cui sono affiliazione. Che possiamo condensare nelle categorie euristiche “città bioclimatica”, “città spugna”, “soluzioni basate sulla natura”, che prospettano soluzioni di impronta ambientale. I Piani suggeriscono infatti di intervenire su ondate e isole di calore, incremento della fitomassa urbana con alberature, fasce e tetti verdi; gestione dell’acqua e del drenaggio urbano, de-sigillazione e de-pavimentazione, limitazione del consumo di suolo, rigenerazione della città esistente, contenimento del dissesto idrogeologico, eccetera.
Programmi sorretti da un buon apparato critico scientifico e da resoconti di esperienze straniere già operative. Gli uffici tecnici emiliani producono da sempre ottima letteratura! quanto sia applicata è tutta un’altra storia. E porta a chiedersi se non sia solo dispositivo narrativo teso alla captazione di fondi e partenariati – ma anche se sia conosciuta dagli assessori.
Insomma cosa è stato fatto dal 2015 e come mai l’assessore dichiara che bisogna fissare le linee guida per i prossimi dieci anni? Cosa è cambiato nel modo di interpretare il cambiamento climatico e quali sono le difficoltà a operare nelle direzioni già indicate dai piani? Il “bosco” su terreno di riporto sul garage di piazza Roosevelt si inscrive nelle “soluzioni basate sulla natura”?
Se guardiamo il documento più recente, il Monitoraggio Inventario delle emissioni e indicatori 2025, primo report degli impegni del Climate City Contract, emerge come ambito preponderante quello degli edifici, responsabili del 71,6% delle emissioni climalteranti (i trasporti del 26,4% di cui il 25% quello privato, minuzie gli altri settori). Non è una novità, si sa da tempo che gli edifici hanno la maggiore responsabilità emissiva, ma qui è quantificato come step iniziale dei gradi di avanzamento del Contract bolognese. Il 2030 è domani, che facciamo? Si è intervenuti sul trasporto, che però incide assai poco.
Con questo quadro di partenza arriviamo allo stadio. Edificio di enormi dimensioni, sia come sedime del manufatto sia come infrastrutture collegate, che si verrebbe ad aggiungere alla serie di grandi costruzioni edificate in questi anni. Teniamo a mente che ne sono trascorsi nove dal varo della legge regionale (2017) che dovrebbe limitare il consumo di suolo, che Ispra invece certifica essere sempre più aumentato. Al punto che la regione Emilia-Romagna è diventata la prima per consumo netto di suolo (1.013 ha) con aumenti costanti dopo l’approvazione della legge.
Anche Bologna Comune si colloca in alto nella classifica dei maggiori sigillatori di suolo, è il terzo tra i capoluoghi di regione. Primati non proprio onorevoli se si hanno a cuore il clima e l’equilibrio ecosistemico.
Si parla molto di surriscaldamento, né si può fare diversamente nella situazione che stiamo patendo, ma non si parla più di consumo di suolo. Dibattuto sino all’anno in cui è stata approvata la legge regionale e poi, forse paghi di questo riconoscimento e confidando nella sua applicazione, l’argomento è sparito dall’attenzione mediatica.
Eppure il consumo di suolo è il marcatore del grado di artificializzazione del territorio e segnala quanto e dove cemento, asfalto e coperture non permeabili incidono nell’alterare gli spazi e le condizioni ambientali. Il suolo ricoperto da edifici e asfalto converte l’energia solare in calore e impedisce l’assorbimento delle acque. Le isole di calore urbane hanno temperature superiori di 7-10 gradi a quelle delle aree verdi in cui la radiazione solare viene in larga parte assorbita e dissipata attraverso l’evapotraspirazione. La temperatura dei muri può arrivare a 35 °C, l’asfalto tocca i 50 °C, le auto parcheggiate 70–75 °C, accumulatori che di notte emettono calore e causano le notti tropicali. Una modifica dei cicli atmosferici, climatici e idrogeologici che causa quelle che ci ostiniamo a definire “calamità naturali”, ben sapendo che sono prodotte dalle attività antropiche. In una alternanza perversa di calore intollerabile, siccità, incendi forestali, nubifragi, smottamenti, alluvioni.
È il momento a Bologna di ragionare di strategie di governo del territorio, non per fini elettorali ma di sopravvivenza. Una riflessione ontologica collettiva, tanto più in una città che si definisce progressista e che, se vuole essere conseguente, deve mettere in discussione un’idea distorta di sviluppo che genera dissesto e disuguaglianza. Che dovrebbe allontanarsi dalla logica estrattiva dominante della speculazione finanziaria e della rendita immobiliare, con gli effetti diversificanti connaturati, per cercare qualità ecosistemica e giustizia spaziale e climatica. Fissando mitigazione e adattamento come perni delle politiche.
Obiettivi che l’Ue indica da decenni. E benché la mitigazione, rimozione delle cause del surriscaldamento, coinvolga la dimensione globale, ciò non toglie responsabilità al piano locale: è sempre da lì che si operano i cambiamenti.
L’adattamento è poi squisitamente affare locale, dove affare non va inteso come business nonostante troppo spesso lo si confonda. Questa estate ci ha insegnato che si tratta di un problema esiziale per chi lavora all’aperto o in ambienti densi di calore, o non ha risorse per condizionatori o rifugi montani.
Se infine facciamo un ragionamento economico, ricordiamoci che i costi diretti dei danni climatici ammontano al doppio di quanto si sarebbe speso in azioni preventive e, ancora, che la conversione in senso ecosistemico del modello produttivo darebbe risultati redistributivi molto più positivi, etici ed equi della folle corsa al riarmo del tardo capitalismo in crisi. Contrastando gli effetti sulla tenuta sociale generati dalla rendita, che gli economisti liberali non a caso hanno sempre definito passiva, parassitaria, termini il cui significato è chiarito dalle divaricazioni e ineguaglianze della nostra società.
La dinamica del surriscaldamento e le sue conseguenze sono insomma note e condivise. O ci dichiariamo negazionisti (come l’immobiliarista Trump) o cosa aspettiamo a gridarlo e a pretendere che la città diventi luogo in cui sia possibile vivere e non solo fare bisnés? Appelliamoci alla Carta costituzionale che, agli articoli 9 e 41, tra i “principi fondamentali” ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi, in nome dell’«interesse delle future generazioni».
Puntiamo alla sopravvivenza del vivente prima di finire bolliti come la rana pigrona.


Da dove si comincia???…Clima, Diritti delle Minoranze , Guerre , A.I, Finanza, Nemico Politico …etc
Un bel terno all’ Otto per costituire un programma politico di governo che sia convincente per un elettorato credo disilluso ma che indicando un nemico trovera’ la compattezza ideale per superare ogni incomprensione di coalizione.
Un bel tema da mettere al primo posto sul programma elettorale, anzi, sui programmi elettorali, che verranno costruiti nei prossimi mesi per gli appuntamenti a livello di partito e di Consiglio Comunale, di partito e di Coalizione di governo.
La prospettiva che si fa carico del contrasto al disastro ambientale ( di cui si conoscono le pesanti responsabilità umane) può programmare interventi mirati su scala comunale, regionale e nazionale. Tenendo presenti le linee guida virtuose emanate anni fa dalla Comunità Europea.
Oggi, chi voglia sostenere un’efficace, seppur tardiva, azione sistematica di contrasto al disastro ecologico, deve far sentire ai partiti l’esigenza prioritaria del rispetto ambientale, una condizione di vita che viene prima del lavoro, della salute e dell’educazione.
Spero che la Sinistra, e il Partito Democratico in prima istanza, costruisca i suoi programmi politici per gli appuntamenti elettorali che ci aspettano.
In questa prospettiva, il caso concreto presentato -un nuovo Stadio Comunale -può aspettare tempi migliori.