Le tragedie della strage alla stazione e degli eccidi della banda della Uno Bianca continuano ad avvelenare la città. Paolo Bellini riesce a mandare dal carcere in cui è detenuto per la bomba del 2 agosto 1980 un video minatorio per giudici e testimoni, compresa la moglie. Fabio Savi, in una lettera, chiede perdono ai familiari delle vittime ma non racconta chi fossero i complici di tre delitti ancora non del tutto chiariti. Continuano a far male a una Bologna ferita e sotto attacco da decenni
di Giampiero Moscato, direttore cB
Paolo Bellini (qui). Fabio Savi (qui). Rinfrescate su Wikipedia due espressioni del male più assoluto che, dopo aver seminato sangue e dolore, continuano a spargere veleno su Bologna, sul Paese, sulla verità, su chi soffre a causa loro.
Bellini (qui la notizia Ansa), dal carcere dove è rinchiuso principalmente per la condanna quale esecutore materiale, insieme ad altri, della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, oltre 200 feriti), al soldo di Licio Gelli e della P2 secondo la sentenza definitiva, è riuscito a mandare all’esterno un video in cui minaccia i giudici e i testimoni che lo hanno accusato, tra cui l’ex moglie Maurizia Bonini, che lo ha riconosciuto in un video di un turista tedesco nel giorno della bomba sul primo binario. Un uomo che ha compiuto crimini spaventosi di ogni tipo, sempre per loschi interessi, non spende una parola sul suo passato ma prova a intimidire chi lo ha giudicato e chi ha contribuito a farlo condannare.
Savi (qui la notizia Ansa) qualche giorno fa, dopo avere confermato in televisione la sua storica versione («Dietro la banda della Uno bianca ci sono solo la targa, i fanalini e il paraurti»), ha scritto per la prima volta una lettera indiretta ai familiari delle vittime della sua gang dicendo di provare “rimorso” per il male fatto.
È un modo per chiedere perdono. Per sperare, in qualche modo, in un’attenuazione del regime detentivo cui è sottoposto da 32 anni. Ma non dice una parola per chiarire i tanti dubbi che lasciano da sempre le sue incomplete e contraddittorie “confessioni”.
Per non dire quelle del suo capo, il fratello Roberto, che dopo tre decenni ha provato tempo fa a fornire una nuova versione che coinvolgerebbe i servizi segreti, che ne avrebbero teleguidato le azioni criminali: ne abbiamo scritto (qui).
I misteri irrisolti dalle istruttorie e dai processi riguardano principalmente tre delitti.
L’omicidio a Castel Maggiore, il 20 aprile 1988, dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu: chi fu il terzo assassino, mai identificato?
La strage del Pilastro del 4 gennaio 1991: chi fu l’uomo del cambio d’auto dopo che i tre fratelli Savi (con Fabio e Roberto c’era anche Alberto, altro poliziotto) avevano trucidato al Pilastro i carabinieri Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini?
Perché il 2 maggio 1991 il “lungo” e il “corto” uccisero la titolare dell’armeria di via Volturno, Licia Ansaloni, e il suo collaboratore ed ex carabiniere Pietro Capolungo? Quale fu il vero movente?
Senza questi chiarimenti non ci può essere pentimento sincero. Tantomeno un placet dei familiari a eventuali benefici. Nemmeno da immaginare un provvedimento di clemenza.
So bene che ci sono piste alternative alle verità giudiziarie accertate finora. Qualcuno sostiene l’innocenza dei neofascisti per la strage del 2 agosto e ipotizza un crimine teleguidato da presunti servizi segreti dietro ai delitti dei fratelli Savi e compagnia brutta. Da decenni stiamo aspettando elementi concreti a sostegno dell’innocenza degli uni e della teleguida degli altri e prove certe e accertate di altre colpevolezze. Quando ci saranno notizie di tal fatta, sostenibili e documentate, saremo pronti a darle anche noi di Cantiere.
In un normale giornalismo le notizie si danno se sono vere, secondo la conoscenza che se ne ha in quel momento. Poi il tempo può far scoprire altri fatti nuovi che modificano la notizia, perché il giornalismo è un lavoro in corso: a volte servono decenni per arrivare alla verità, se ci si arriva. A me, in 45 anni di professione, hanno insegnato questo. Poi è giusto che altre professionalità insinuino dubbi, investighino, cerchino verità alternative a quelle ufficiali, pongano domande. Ma bisogna farlo per diradare la nebbia, non per gettare altro fumo su vicende che sono già molto opache.
E non bisogna farlo, mai, per partito preso. Per convenienza di parte. Di tentativi di tal fatta sono piene le cronache.


Queste vicende più le rimescoli più puzzano….