La tragedia di Pietralata, che ha visto due genitori uccidere la figlia con disabilità e poi togliersi la vita, riapre anche a Bologna, dove esiste una rete articolata di servizi e realtà che si occupano del tema, il confronto su servizi, progetto esistenziale e sostegni. Ma forse, accanto a queste domande, ce n’è un’altra: quanto spazio lasciamo al dolore di un genitore quando il futuro immaginato per un figlio cambia?
di Rossana Di Renzo, cittadina attiva
A Pietralata, a Roma, una giovane coppia è stata trovata morta nella propria abitazione. Con loro c’era la figlia, una bambina con una disabilità.
Davanti a una tragedia così, la prima reazione è cercare di capire. La cronaca ricostruisce i fatti, cerca spiegazioni, mette insieme gli elementi disponibili. E noi, leggendo, cerchiamo una ragione che possa rendere almeno un po’ più comprensibile ciò che è accaduto. Forse è proprio qui che dovremmo fermarci.
Non sappiamo che cosa sia accaduto dentro quella famiglia. Non sappiamo quali pensieri abbiano attraversato quei genitori, quali paure, quali fatiche. Non sappiamo che cosa abbia preceduto una tragedia così drammatica. E non possiamo attribuire loro, a posteriori, sentimenti o intenzioni che non conosciamo. Possiamo però porci delle domande.
La rivista Vita, raccontando questa vicenda (qui), ne pone una importante: come è possibile che una famiglia formalmente inserita nella rete dei servizi possa arrivare a percepirsi comunque così sola e priva di prospettive?
È una domanda che chiama in causa temi essenziali: la rete dei servizi, la presa in carico, il progetto di vita, le politiche per la disabilità, il sostegno alle famiglie. Sono risposte necessarie. Forse non sono le sole.
Vorrei provare ad aprire un’altra strada. Non per spiegare ciò che è accaduto a quella famiglia, ma per interrogarci su qualcosa di cui si parla poco.
Che cosa succede quando il futuro che avevamo immaginato per un figlio cambia profondamente?
Quando nasce un figlio, i genitori costruiscono aspettative, desideri, immagini del futuro. È qualcosa di umano. Si immagina che cresca, che diventi progressivamente autonomo, che possa scegliere la propria strada. Una diagnosi, una condizione di disabilità, una realtà che richiede cure e assistenza possono cambiare quelle aspettative. Possono cambiare il presente, ma anche il modo di guardare al futuro. E forse, insieme alle difficoltà concrete, può esserci un dolore per ciò che si era immaginato e che non sarà come lo si era pensato.
Dirlo non significa non amare il proprio figlio.
È una distinzione importante. Perché anche solo nominare questo sentimento può essere difficile, come se riconoscere la sofferenza di un genitore significasse mettere in discussione l’amore per il figlio o il valore della sua vita. Ma le emozioni non sono sempre lineari. Un genitore può amare profondamente il proprio figlio e, nello stesso tempo, avere paura del futuro che lo aspetta. Può chiedersi che cosa accadrà quando lui non ci sarà più. Può sentirsi impreparato. Può essere stanco. Può avere bisogno di dire: non so come fare. Dovrebbe poterlo dire senza vergogna.
Non perché ogni sentimento debba essere approvato, ma perché un sentimento che trova parole può essere ascoltato. Quello che non riesce a essere detto rischia invece di rimanere tutto dentro.
Qui, però, c’è un confine che non può essere sfumato.
Comprendere il dolore non significa giustificare la violenza.
Ascoltare la fatica di un genitore non significa attribuire a quella fatica il potere di decidere sulla vita di un’altra persona. Nessuna condizione di disabilità rende una vita meno degna di essere vissuta. Nessuna sofferenza di chi cura può trasformarsi nel diritto di decidere che quella vita debba finire.
Questo confine è invalicabile.
Ed è proprio perché deve rimanere netto che possiamo guardare alla sofferenza di chi cura senza trasformarla né in una colpa né in un alibi.
Non sappiamo se, nella vicenda di Pietralata, ci sia stato anche questo dolore. Non possiamo saperlo.
Possiamo però chiederci se le famiglie abbiano davvero luoghi nei quali poter parlare anche delle paure che fanno più fatica a raccontare. Non soltanto quando devono chiedere un servizio. Non soltanto quando devono ottenere una prestazione o costruire un progetto di vita. Ma anche quando non sanno ancora che cosa chiedere, o riescono soltanto a dire: ho paura. Oppure: non so come fare. O, semplicemente: sono stanco.
Anche a Bologna, dove esiste una rete articolata di servizi e realtà che si occupano di disabilità e sostegno alle famiglie, possiamo porci la stessa domanda: quanto siamo capaci di intercettare un bisogno prima che diventi una richiesta, e una richiesta prima che diventi un’emergenza?
Forse è anche qui che una rete di cura può essere chiamata a misurarsi: non soltanto sulla capacità di rispondere alle domande che arrivano, ma sulla possibilità di riconoscere quelle che ancora non riescono a diventare parole.
La tragedia di Pietralata non ci consente di sapere se qualcosa avrebbe potuto cambiare quel destino. Sarebbe scorretto dirlo. Non possiamo costruire a posteriori una spiegazione né individuare un’unica responsabilità.
Possiamo però aggiungere una domanda a quelle che già ci stiamo facendo.
Siamo capaci di ascoltare anche il dolore che un genitore non riesce a dire?
Non per assolvere chi fa del male. Non per trovare attenuanti. Non per mettere in discussione il valore di una vita. Ma perché riconoscere e ascoltare una sofferenza, prima che diventi isolamento, può essere una delle forme più concrete della cura.


Grazie, Rossana, per questa pulzia mentale che ti consente di trattare anche i dolori più grandi con amore ma anche con rigore ed empatia!
parole bellissime e estremamente importanti.
Grazie!
Grazie Rossana per questo pensiero di grande intensità, che ci ricorda quanto sia complesso l’animo umano.
Si può amare un figlio, un caro, senza riserve e, insieme, temere il proprio futuro, sentirsi inadeguati, desiderare un tempo che non si ha.
La cura, quando diventa quotidiana e totale, non è solo fare, assistere, resistere: è un’esperienza umana profonda, che attraversa amore, fatica, paura, solitudine e senso di impotenza. Necessita di parole, ma anche di un ascolto capace di cogliere ciò che ancora non trova voce.
E’ un invito forte a chi ascolta -un servizio, un operatore, una rete, un amico- a cogliere l’indicibile, ad interrompere il silenzio prima che diventi isolamento, solitudine, disperazione.