Può una città che si dice progressista continuare a usare la leva dell’attrazione di capitali – turismo, investimenti immobiliari, grandi eventi, grandi opere – senza finire risucchiata nella stessa logica estrattiva che dice di voler correggere? Una domanda cui come amministrazione stiamo provando a dare risposta concreta, consapevoli dei limiti imposti dall’assenza pressoché totale di politiche nazionali efficaci
di Matteo Lepore, sindaco di Bologna
In suo recente intervento su Cantiere Bologna, Paola Bonora pone, in due tempi diversi – la cornice teorica della finanziarizzazione urbana e l’urgenza climatica delle “rane bollite” (qui) – una domanda che merita non solo risposta, ma a mio parere soprattutto l’apertura di un dialogo nuovo. La domanda è questa: può una città che si dice progressista continuare a usare la leva dell’attrazione di capitali – turismo, investimenti immobiliari, grandi eventi, grandi opere – senza finire risucchiata nella stessa logica estrattiva che dice di voler correggere?
È una domanda legittima e la diagnosi di fondo – che lo spazio urbano sia oggi uno dei principali luoghi di assorbimento del surplus finanziario, che la rendita espella chi non può competere, che gli affitti brevi e l’eccessiva presenza di mercato sugli studentati producano ingiustizia abitativa – non la respingo. È la fotografia di un fenomeno reale, che attraversa Bologna come attraversa Barcellona, Lisbona, Milano, Amsterdam, in assenza totale di politiche nazionali virtuose (tema che si elude troppo facilmente). Il punto in cui mi separo da Bonora non è la diagnosi generale del capitalismo urbano. È l’idea, implicita, che la nostra amministrazione stia semplicemente subendo quella logica o peggio assecondandola per calcolo elettorale (qui). I fatti raccontano un’altra storia e vale la pena metterli sul tavolo, più precisamente vorrei rappresentare le nostre sei svolte. Piccole o grandi che siano a seconda dei punti di vista, ma sono per me un’occasione di confronto, di critica, quindi di crescita comune.
Bonora ha ragione a dire che l’Emilia-Romagna resta la prima regione per consumo di suolo netto in valore assoluto e che Bologna metropolitana si colloca ancora in alto. Proprio per questo la Città Metropolitana ha deciso uno stop a nuovi insediamenti logistici: la prima svolta. Sempre su questo fronte ci siamo battuti affinché ci fosse una regolamentazione del fotovoltaico a terra che uccide l’agricoltura. La legge regionale 24 del 2017 ha già tagliato migliaia di ettari previsti dai vecchi piani urbanistici previgenti, vero, ma per esempio io penso ci siano in essa troppe eccezioni e cose da aggiustare, soprattutto dopo le alluvioni di questi anni. Ricordo però che, già nel mandato Merola, il Comune di Bologna tolse tutti gli areali agricoli dal piano urbanistico, fermando l’espansione della città e puntando sulla rigenerazione del già costruito.
Dopo la logistica e il fotovoltaico a terra, che in due anni si è quadruplicato erodendo suolo agricolo, il prossimo fronte sarà quello dei data center che dobbiamo assolutamente prevenire questa volta. Ed è onesto ammettere che su questi fronti la partita è tutt’altro che vinta. Ma la risposta a un fronte nuovo non è la resa, è scrivere regole e politiche nuove prima che la pressione diventi fatto compiuto. È l’impegno che abbiamo preso sui data center primi in Italia (servirebbe su questo una legge regionale ad hoc), ipotizzando di vincolare le nuove localizzazioni ad aree già compromesse, l’approvvigionamento a fonti rinnovabili, il recupero del calore di scarto per il teleriscaldamento, il divieto di prelievo da falda potabile, la trasparenza sui dati d’impatto, il reinvestimento di una quota dei ricavi in infrastrutture sociali del territorio. Non è la città che si apre passivamente al capitale in cerca di rendita. È la città che pone condizioni al capitale prima di farlo entrare.
La seconda svolta urbanistica di questo mandato comunale è poi rappresentata dalle due varianti urbanistiche al Pug (tutti sanno quanto sia difficile e lento di solito questo processo nei Comuni). E lo abbiamo fatto rivedendo le logiche neoliberiste che caratterizzano l’urbanistica italiana degli ultimi 20 anni: introducendo limiti alle altezze, indici di densità, ampliando la platea degli interventi per cui l’Ers è dovuta, inserendo l’obbligo dei piani terra non residenziali ma per servizi attivi per la cittadinanza, agevolazioni per la proprietà indivisa, controllo e limitazione della rendita fondiaria, norme più stringenti sul rischio idrogeologico, aumento delle prestazioni ambientali. Nelle due varianti abbiamo ricevuto oltre 400 osservazioni. Questo vale anche per gli affitti brevi, dove abbiamo introdotto le regolamentazioni, affrontando ricorsi e la contrarietà del Governo, trovando alla fine soluzioni robuste. Le norme nascono da un’osservazione alla variante dell’associazione Pensare Urbano, che noi abbiamo accolto e sostenuto creando una collaborazione virtuosa tra istituzioni municipaliste e movimenti. Si può dire lo stesso con il progetto popolare di Casa Carracci in Bolognina, finalizzato a sperimentare l’autocostruzione.
Il punto più tagliente di Bonora è poi questo: i piani sulle aree dismesse – ex caserme, scali ferroviari – «subordinano la libera fruizione alla rendita privata, a cui lasciano il controllo dell’agenda urbana». Non è quello che sta accadendo a Bologna e questa è la terza svolta. Molte delle vecchie previsioni urbanistiche ereditate dal passato – il comparto del Lazzaretto, i Prati di Caprara, la Caserma Sani e gli altri immobili di Cassa Depositi e Prestiti, le aree a nord del Pilastro – sono scadute o inattuate, con dimensionamenti e destinazioni che stiamo mettendo in discussione perché non coerenti con la nostra idea di città e con le due sfide principali che abbiamo: la crisi abitativa e quella climatica.
Alcuni esempi. Di fronte all’inazione dei fondi immobiliari di alcuni grandi soggetti pubblici nazionali, abbiamo agito. Abbiamo acquisito finalmente il Parco del Dopo Lavoro Ferroviario ed espropriato undici ettari di area ferroviaria all’ex Ravone, conosciuta come Dumbo. Con un investimento pubblico di 100 milioni di euro stiamo desigillando l’80% e creando un nuovo grande parco urbano, spazi culturali e edilizia sociale cooperativa che a breve metteremo a bando. Vorrei che questo progetto fosse meglio conosciuto. In secondo luogo, abbiamo deciso di rinegoziare gli accordi con Cassa Depositi e Prestiti sulla Caserma Sani: riteniamo infatti sia necessario un progetto di interesse pubblico che ne tuteli il verde e gli usi fondamentali per la comunità. Per i Prati di Caprara, il nostro obiettivo è noto: da ettari di costruito su un bosco urbano alla sua tutela integrale. Questo non è lasciare l’agenda alla rendita. È esattamente il contrario: è un’amministrazione che riprende in mano previsioni scritte in un’altra fase storica, per riportarle dentro una strategia pubblica e unitaria. Si può discutere se andiamo abbastanza in fretta, ma la direzione è invertita rispetto a quella che Bonora descrive. Vengo al progetto del nuovo Stadio. La mia risposta è che intendiamo aprire un percorso partecipato reale sul futuro dello Stadio Dall’Ara e sull’intero quadrante Fiera, qualora si andasse avanti.
La quarta svolta è rappresentata dal nostro Piano per l’Abitare: oltre 200 milioni di euro più altri 15 in questo fine mandato, destinati a edilizia pubblica e sociale. Tra efficientamento energetico e ristrutturazione abbiamo già messo mano a 4.500 appartamenti Erp, arrivando a 5.000 nel mandato. Abbiamo ridotto la povertà energetica per migliaia di famiglie e azzerato lo sfitto grazie alla manutenzione degli alloggi da assegnare. Realizzeremo anche uno studentato pubblico e un fondo un milione di euro l’anno per il welfare studentesco (unici in Italia). Vorremmo fare molto di più, potremmo se ci fosse un vero Piano Casa Nazionale dotato di risorse come i Sindaci chiedono. Bonora riconosce che l’affitto civico va nella direzione giusta, pur temendo che non regga il confronto con i rendimenti di mercato. È precisamente la sfida che dobbiamo vincere insieme, tanto quanto la nuova regolamentazione degli affitti brevi.
L’Impronta Verde è la quinta svolta. Il progetto attorno al quale probabilmente siamo riusciti per ora a rappresentare meno la nostra visione, troppo frammentata, ma che non per questo deve essere abbandonato, semmai rilanciato. Serve un quadro organico sul verde e le questioni ambientali, lavoriamoci ancora assieme. Entro il mandato puntiamo a portare il patrimonio arboreo della città da 80mila a 100mila alberi, a realizzare o avviare la realizzazione di sei nuovi parchi urbani. Abbiamo avviato la progettazione per l’ingresso del verde di nuovo in Centro Storico. Alberi e piante non in vaso, vorrei chiarire, anche se il verde temporaneo è stato la prima tappa di tutte le grandi città che vengono prese a esempio, come Parigi o Barcellona. Sul rapporto tra vincoli del paesaggio urbano e nuovi bisogni climatici, in Italia e a Bologna il dibattito è aperto, ma anche in questo caso abbiamo introdotto proposte e studi. Con progetti come Talea o con il giardino di Piazza Roosevelt, porteremo alberi piantati a terra dove oggi ci sono isole di calore, piazze assolate o piene di automobili.
Ultima e sesta svolta è ovviamente la mobilità, che cito brevemente ma doverosamente. La realizzazione delle prime due linee di tram e l’aggiornamento in corso del Piano per la mobilità metropolitana sostenibile rappresentano per Bologna un cambio di paradigma. Con un unico abbonamento o biglietto, i bolognesi potranno prendere un bus, un tram, un treno o prossimamente un metrobus. Questa rete sarà integrata e sta già cambiando la città, collegando aree periferiche. Garantire un trasporto pubblico efficiente, pulito e accessibile è una delle svolte più importanti per la comunità e l’urbanistica stessa, da sempre. Nei nostri quattro anni di mandato, il numero di veicoli in strada in circolazione del capoluogo è calato di circa 6mila unità l’anno, mentre gli abbonamenti al trasporto pubblico sono aumentati di 12mila solo nell’ultima annualità grazie anche alla scontistica sugli abbonamenti per chi lavora, chi studia per le fasce più fragili della popolazione. Ai disagi per i lavori presto subentreranno i vantaggi, ne sono certo.
In generale, la conclusione da trarre è che nessuno strumento comunale, da solo, può riequilibrare una rendita immobiliare che si forma su scala nazionale o internazionale. È per questo che stiamo portando a livello Anci, di Governo e di Parlamento italiano e europeo questioni che toccano il cuore del problema: in Italia il consenso in molte parti del paese si mantiene non risolvendo l’emergenza abitativa ma tenendola volutamente aperta; in secondo luogo, rigenerare un’area urbana dismessa costa sistematicamente più che costruire ex novo, per via dei costi di bonifica che nessuna fiscalità nazionale compensa. Finché conviene di più speculare su un campo vergine che riportare a vita un’area dismessa nel cuore della città, la rendita vincerà sempre la partita contro la rigenerazione, qualunque sindaco ci sia. Non è retorica catastrofista quella che serve. È semmai ritornare ai fondamenti dell’urbanistica riformista per dare nuova forza ai municipi e permettere ai sindaci e alle comunità di generare così più città pubblica, non meno.
Bonora chiude “Le rane bollite” con un’immagine giusta: il tempo per mitigare e adattarsi è adesso, non tra dieci anni. Prova ne siano le ondate di calore di questa estate o la siccità. Concordo, e aggiungo che la vera domanda da porsi – a Bologna come a qualsiasi città che si dice progressista – non è se useremo la leva della competizione territoriale, ma se vogliamo davvero cambiare le regole del gioco oppure limitarci a soluzioni cosmetiche. È esattamente la differenza tra la rana che non si accorge dell’acqua che si scalda, e chi invece la sta cambiando, pentola compresa.
Il confronto resta aperto ed è per noi prezioso: non perché la critica vada addolcita, ma perché è proprio misurandoci su fatti verificabili – ettari, delibere, convenzioni riscritte – che una città può dimostrare da che parte sta, invece di limitarsi a dichiararlo.


quando Berlinguer accettò la Democrazia scelse il Capitalismo come economia!?!?!?😉
Si, ma lo aveva già fatto Togliatti con il PARTITO NUOVO e la sua strategia della DEMOCRAZIA PROGRESSIVA subito dopo la svolta di Salerno.