Vien da sperare che da qui in avanti tutti, a Palazzo d’Accursio, si liberino delle loro rigidità per abbracciare la complessità emotiva che li circonda. Una svolta che non sarebbe certo garanzia di trionfo elettorale per chi la compie, ma che lascerebbe in chi l’ammira la sensazione che, comunque vada, la prossima campagna elettorale sarà un clamoroso successo
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Quando una legislatura volge al termine, come ogni storia che si rispetti, trovare una qualche conclusione edificante, per non dire un insegnamento morale, assume molto spesso i caratteri dell’impellenza letteraria.
Certo non tutte le vicende umane, per quanti particolari vi si possa ostinatamente cercare dentro, hanno lo stesso potenziale educativo. Alcune, semplicemente, erano banali e scritte male fin dal principio, e dunque non meritano altra destinazione che il cestino. Un esito per fortuna ancora precluso alla nostra città e a quelle democratiche traversie che, in quanto collettive, difficilmente appaiono piatte a qualunque sguardo si rifiuti di osservarne soltanto la superficie.
Chi poi, tra una sigaretta e l’altra, avesse accompagnato a questo rifiuto una anche solo sporadica frequentazione delle anticamere del potere, non potrebbe fare a meno di notare come, col trascorrere del tempo, la spavalderia iniziale degli eletti abbia via via lasciato il campo a una sempre più fragile incertezza.
Una transizione assolutamente comprensibile, rileggendo la cronaca di questi anni à rebours, ma comunque sorprendente per l’osservatore che, salendo e scendendo la Scala del Bramante, si sia ritrovato spesso a convenire di quanto l’euforia sia, ancor oggi, un concetto tremendamente sopravvalutato.
C’erano infatti un grosso rischio e un altrettanto grande difetto, nella stravittoria del centrosinistra “leporiano” contro un centrodestra salottiero e divanesco. Ovverosia che in ogni affermazione larga e senza rivali si incista il germe tremendo dell’onnipotenza, e che l’astensionismo non è mai un dato occasionale bensì una tendenza con radici sempre antiche, di cui è senz’altro meglio tenere debito conto.
Una doppietta che, in questi anni, non impediva comunque ai banchi della maggioranza di rispondere talvolta alle critiche delle opposizioni o alle proteste di popolo con un misto di fastidio e supponenza, malcelati da frasi da apparato burocratico del tipo «ce lo dicono i dati». Ah… E quindi?
La questione, molto semplice, sta nel fatto che persino in un tempo quantificato come il nostro la politica mantiene, sempre e in ogni circostanza, un nocciolo di irriducibile emotività. Un nucleo che indubbiamente in certi casi non conserva alcun criterio di razionalità, e che tuttavia influenza umori e scelte della cittadinanza molto più di qualsiasi evidenza tecnica o analisi statistica, per quanto indiscutibilmente ben redatta. Un principio che la destra certamente sfrutta con cinismo, ma al quale la sinistra ha smesso da tempo di dare il giusto credito, preferendogli quasi sempre il mantello inviso e invisibile dell’inclusione linguistica e narrativa.
Il risultato di questa apatia tecnocratica è che il libero cittadino, trovandosi davanti qualcuno che sembra sistematicamente non capire le sue ragioni, rinuncia aprioristicamente anche a cogliere i vantaggi misurabili di certe scelte amministrative. E allora chissene, per esempio, dell’oggettiva utilità trasportistica di un tram, se anni di disagi quotidiani causati dai cantieri vengono derubricati, da chi ha l’onore della rappresentanza, a temporanea e irragionevole insofferenza. Se non capiscono, capiranno alle urne. E nel frattempo mangino brioches.
Poiché in politica nulla è irrimediabile, visto l’ancora estremo pallore delle alternative, vien da sperare che da qui in avanti tutti, a Palazzo d’Accursio, si liberino finalmente delle loro rigidità per abbracciare la complessità emotiva che li circonda. Una svolta che non sarebbe certo garanzia di trionfo elettorale per chi la compie, ma che lascerebbe in chi l’ammira la sensazione che, comunque vada, la prossima campagna elettorale sarà un clamoroso successo.
Resta poi in coda, da ponderare bene, quell’altro sfibrante limite che sta a cavallo tra la fiducia nelle proprie idee e l’ipertrofia dell’ego. Ma questo è un problema che pertiene più che altro agli scrittori e ai loro molto disponibili analisti.

gentile ma spazientita Signora del Centro Storico Bolognese, con la originale borsetta di una notissima casa di moda , ricorda che in piazza a manifestare si và solamente per difendere, ottenere,e chiedere condizioni di vita, di studio ed economiche migliori ed è inutile stigmatizzare solo le vetrine rotte. Un poco di solidarietà che ad una certa età fa’ più simpatia..at salut