Bologna, Europa

Per una città sempre più aperta e disposta al confronto con gli altri. Perché è nelle città che si gioca la governance della complessità del mondo di oggi

di Sandra Zampa


Per molti anni, in occasione della celebrazione del 2 giugno, festa della Repubblica, il tricolore e la bandiera europea con le sue dodici stelle in campo blu, hanno svettato una accanto all’altra sullo sfondo di Palazzo d’Accursio. Erano gli anni immediatamente successivi al settennato di Ciampi, il presidente che ci aveva restituito l’inno di Mameli e trasmesso un profondo senso di appartenenza all’Europa, e l’insegnamento di una doppia cittadinanza, quella italiana e quella europea. In piedi a cantare l’inno con altre e altri ho sempre provato emozione nel sentirmi così ben salda nelle radici locali e al tempo stesso  cittadina di un Continente largo e solidale.

La storia dell’Europa è storia di città. Fin dall’antichità, quando la polis greca rappresentava il cuore e il fulcro della vita istituzionale, sociale e religiosa della comunità. La civilizzazione romana dell’Europa e la sua progressiva espansione a nord, a est e a ovest aveva trovato il suo filo di Arianna nella costruzione di vie consolari scandite dalla edificazione, intorno al “castrum”, di nuove città di cui ritroviamo vestigia in ogni nazione.

Le città anseatiche  – Lubecca, Brema, Amburgo – e le città medicee – Firenze e Siena – furono le culle di quella civiltà mercantile che ha segnato il passaggio dal Medio Evo al Rinascimento. Amsterdam, Praga, Vilnius ci parlano di un’identità ebraica che è parte integrante della civiltà europea. La rivoluzione di Oliviero Cromwell e la Magna Charta furono espressione della lotta delle città inglesi contro lo strapotere regio.

Intorno alle città si organizzarono lungo i secoli signorie, contee, ducati, principati e regni. Parigi, Madrid, Londra, Vienna, Berlino, San Pietroburgo – capitali imperiali, giacimento di ogni eccellenza culturale e architettonica, luoghi di trasformazioni urbane e invenzioni scientifiche – guidarono l’ingresso dell’Europa nella modernità.

La rivoluzione francese ebbe protagonisti i ceti urbani del “Terzo Stato”. La rivoluzione industriale, prima in Inghilterra e poi nei principali paesi del continente, fu segnata dalla urbanizzazione di grandi masse contadine dalla campagna alla città, formando quel proletariato industriale che ha segnato la vita dell’Europa per più di due secoli.  Ancora ai nostri giorni l’Europa è guidata e al tempo stesso rappresentata dalle grandi capitali degli Stati membri.

Ed è così anche oggi nel mondo della globalizzazione. Sono le grandi megalopoli di milioni di abitanti la locomotiva dell’impetuoso sviluppo cinese. E analogamente le enormi conurbazioni del continente indiano e dei paesi emergenti, da Bangkok a Lagos, da Città del Messico a Luanda, da Giakarta a Il Cairo. Con il passaggio di secolo per la prima volta nella storia del mondo più del 50% degli abitanti del pianeta risiede nelle città con più d 1 milione di abitanti. E nel 2050 – alle attuali dinamiche demografiche – saranno il 65%.

Peraltro ben si può comprende la ragione di questa centralità urbana. Nelle città si concentrano le attività “alte”: le istituzioni pubbliche, la direzionalita’ economica e finanziaria, le Università e le sedi formative di eccellenza, la produzione culturale, i servizi e le attività terziarie. E le città sono il luogo dove più alti sono i flussi migratori e più intenso il profilo multiculturale e multireligioso.
Al tempo stesso la città è il luogo dove si manifestano più acute le criticità: le nuove forme di povertà, le sacche di marginalità sociale, la microcriminalità di strada, la polluzione ambientale, l’urbanizzazione speculativa.

È dunque nelle città che si gioca la governance della complessità del mondo di oggi. Non a caso in tutta Europa – ma anche negli altri continenti – è venuto crescendo nella selezione e formazione delle classi dirigenti istituzionali e politiche il ruolo e il peso di Sindaci, Governatori, amministratori locali dalla cui capacità e credibilità deriva in buona misura il rapporto che i cittadini hanno con le istituzioni e il potere. Ed è significativo che nel lessico sia entrato un neologismo – glocal – espressione di quell’intreccio inscindibile e di un’interazione reciproca tra il globale e il locale. Glocal è anche quella bandiera blu con le dodici stelle che sventola accanto al tricolore.

La dimensione ideale di un solido presente che guarda al futuro.


Rispondi