Il più grande esperimento nella storia: tra realtà e immaginario

Una quarantena indistinta. L’Italia è il primo paese al mondo si chiude in casa non un singolo territorio ma la nazione intera. Nel giro di pochi giorni, la vita di sessanta milioni di persone è stata completamente sconvolta. L’esito è imprevedibile: ma lo studio è interessante anche perché riguarda un popolo non abituato ad assoggettarsi all’autorità

di Giacomo Manzoli, storico del cinema


La prima avvertenza è che questo articolo non prende posizione su una situazione che ha comportato decisioni politiche estremamente dure e gravose, dettate dalle relazioni tecniche dei medici (epidemiologi in particolare), sull’onda di una enorme pressione sociale e mediatica. Se queste decisioni siano state giuste o sbagliate, lo dirà il tempo. Allo stato attuale dei fatti, questi provvedimenti sono sembrati ai decisori, e alla maggior parte dei loro cittadini, ragionevoli, nel senso letterale di provvedimenti ispirati da valide ragioni.

Ciò di cui qui ci occupiamo è un aspetto specifico di una vicenda che può essere fatta iniziare pochi giorni fa, ad esempio l’11 marzo 2020, quando è stato emanato l’ultimo Dpcm del governo italiano, che stabilisce misure estremamente restrittive con cui si obbliga l’intera cittadinanza a uscire esclusivamente per motivi “essenziali”, un termine sul quale le interpretazioni possono essere – e in effetti sono – piuttosto variegate.

Tuttavia, la storia della specie umana segue un filo che – secondo l’antropologo Jared Diamond – rappresenta un susseguirsi ininterrotto di cause prossime e cause remote. Pertanto, per capire ciò che è avvenuto l’11 marzo 2020 si può risalire ad avvenimenti accaduti in un arco temporale che i paleontologi fissano entro una forbice piuttosto ampia, tra i 300 mila e i 130 mila anni fa. 

E’ in quel periodo, infatti, che fa la sua comparsa sul pianeta terra un tipo di animale, l’homo sapiens, che si differenzia dalle altre forme di vita per due caratteristiche strettamente correlate fra di loro. La prima è che si tratta di una delle creature meno specializzate in relazione all’ambiente. Non possiede infatti caratteristiche specifiche (forza, dimensione, artigli…) che gli consentono di prevalere singolarmente in nessun ambiente specifico. Questa sua debolezza, però, fa sì che questa specie abbia sviluppato una straordinaria fluidità nell’adattarsi a diverse situazioni, laddove creature assai più specializzate, appena cambiano scenario, hanno scarsissime probabilità di sopravvivere. Così, la necessità di adattamento dell’homo sapiens è diventata progressivamente una predisposizione, perché ha reso via via premiante lo sviluppo di uno specifico organo, il cervello, che è assai più grande (in proporzione), più articolato e complesso di quanto non avvenga nelle altre specie, anche le più simili. 

Ragionamenti articolati, capacità di astrazione, affinamento di sistemi di trasmissione e stoccaggio delle informazioni, tutte cose che consentono forme di socialità straordinariamente complesse e una evoluzione che negli ultimi 10.000 anni è stata insignificante sotto il profilo biologico (la selezione naturale ragiona in termini di milioni di anni) ma clamorosa sotto il profilo culturale, ovvero sociale. Perché non dobbiamo dimenticare che l’homo sapiens, per quanto in cima alla catena alimentare e per quanto si rappresenti come fatto “a immagine e somiglianza di Dio”, resta pur sempre una creatura che fa parte del regno animale. Dunque, il suo vantaggio intellettuale gli ha consentito uno sviluppo di crescita più o meno costante all’incirca fino al 1800 del calendario mariano, quando sul pianeta si contavano circa un miliardo di persone. I fattori di regolazione della sua crescita erano sostanzialmente due: l’aggressività, che lo portava ad assumere atteggiamenti distruttivi nei confronti delle organizzazioni di simili considerate rivali per l’accaparramento di risorse scarse, e la competizione con altre specie che fanno parte del regno animale o sono ai limiti di esso. Non tanto le grandi creature, quelle singolarmente più specializzate di cui si è detto (orsi, coccodrilli, ippopotami, tigri…), rispetto alle quali la maggiore capacità di organizzazione risultava quasi sempre vincente, bensì quelle microscopiche, gli organismi monocellulari come i batteri o addirittura quelle acellulari come i virus, la cui capacità di riproduzione poteva dar vita a contagi capaci di sterminare percentuali rilevanti della popolazione (vaiolo, peste, polio, influenza spagnola…).

Dunque, ancora fino all’Ottocento, le guerre, le conseguenti carestie e soprattutto le epidemie determinavano una mortalità infantile e altri meccanismi automatici capaci di mantenere costante, ovvero equilibrato, il ritmo di crescita degli homines sapientes, ovvero degli esseri umani genericamente intesi.

Questo equilibrio – per così dire “naturale” – si è definitivamente infranto nel corso dell’ultimo secolo, allorché le guerre hanno assunto una dimensione progressivamente più contenuta e lo sviluppo della microbiologia e della farmacologia su scala industriale ha consentito di rendere pressoché inoffensive, in buona parte del pianeta, le minacce provenienti dal microcosmo, grazie a vaccini, antibiotici e farmaci retrovirali di vario tipo. 

Ecco allora che il pianeta si è progressivamente conformato a misura di homo sapiens, la cui società si è avviata a diventare una sola, strettamente interconnessa (lo sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, la caduta delle frontiere, la cosiddetta globalizzazione…), affluente, cioè sicura e con risorse abbondanti per la maggior parte degli abitanti della terra. Questo ha portato a un aumento esponenziale del numero degli individui, passati dal miliardo che più o meno esistevano nel 1800 ai quasi otto miliardi di oggi. A questo tasso di crescita, è logico prevedere che la popolazione umana arrivi a decuplicarsi nell’arco di quello che per la biologia è un battito di ciglia, vale a dire tre secoli.

Questo fenomeno clamoroso, oltre a comportare una serie di esternalità positive (a nessuno può dispiacere il crollo della mortalità infantile) ha determinato anche numerose conseguenze negative, prima fra tutte quella ambientale, percepita come un’emergenza epocale, capace di mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie. E, ovviamente, si è modificata profondamente la sensibilità degli esseri umani, almeno di quella larghissima parte di essi che partecipa di questo progressivo innalzamento degli standard di vita.

Questa rottura di tutti gli equilibri che avevano regolato il rapporto fra gli uomini e il loro stesso ecosistema (la Natura) oggi viene chiamata, con fascinazione e paura, “antropocene” ma era già stata notata agli albori della rivoluzione industriale, dando vita a una serie di speculazioni, più o meno scientificamente attendibili, che vanno dalle teorie di Malthus nel Settecento al celebre Rapporto sui limiti dello sviluppo degli anni Settanta del Novecento, fino a Greta Thunberg (fra gli “apocalittici”) o Hans Rossling (fra gli “integrati”, per i quali, nonostante tutto, il mondo sta diventando un posto migliore).

Anche l’uomo della strada, quello che recepisce con relativa cognizione di causa queste informazioni, si accorge che l’aria che respira è sempre più inquinata, che le città dove abita sono sempre più grandi, che i centri abitati si susseguono con sempre minore soluzione di continuità, che il traffico e l’affollamento stanno determinando cambiamenti di stili di vita sostanziali (dalla raccolta differenziata al fatto che sempre meno abitanti dei centri storici possiedono un’automobile) e capisce che il mondo cambia a una velocità che rende il futuro una gigantesca incognita.

Artisti, scrittori, cineasti, pittori e così via, il cui talento consiste principalmente nel dare una forma alle configurazioni dell’immaginario collettivo, hanno da tempo iniziato a confrontarsi con questo tipo di inquietudini. Già alla fine dell’800, in un’epoca segnata dal positivismo ma anche dal primo grande processo di urbanizzazione, H.G. Wells immaginava, ne La guerra dei mondi, un’invasione di alieni che falcidiavano buona parte dell’umanità prima di soccombere agli invisibili batteri terrestri rispetto ai quali non avevano alcun anticorpo. Del resto, Wells scriveva nel 1897, nello stesso periodo in cui Pasteur svolgeva i celebri esperimenti che avrebbero condotto alla scoperta dei vaccini e appena sette anni dopo che Dmitri Ivanovsky aveva per primo isolato un organismo non batterico in grado di infettare le cellule. Chi potessero essere questi alieni è stato oggetto di molteplici interpretazioni, specialmente a seguito delle infinite versioni cinematografiche che hanno declinato la storia nelle maniere più fantasiose. Secondo Susan Sontag, ad esempio, gli alieni della fantascienza americana degli anni Cinquanta, più che alla minaccia comunista alimentata dal maccartismo, erano la personificazione del disagio creato dalle generazioni nate e cresciute in un nuovo mondo postbellico, nel quale tutti i valori tradizionali sarebbero stati messi in discussione. E non è forse un caso che, recentemente, ben due serie televisive abbiano riproposto il romanzo di Wells: una miniserie inglese, trasmessa dalla Bbc e ambientata a fine Ottocento, e una americana, prodotta dalla Fox e ambientata ai giorni nostri. Questo rinnovato interesse per un mondo spopolato e preda di una paranoia diffusa per una minaccia per lo più invisibile non fa che riprendere in forme tradizionali quello che è stato il grande mito degli ultimi decenni. Ovvero, l’idea di un pianeta in cui la normalità dell’esistenza ipertecnologica subisce un arresto e un repentino regresso per via spesso degli zombie (creature che sono vittime di un virus e diventano il prototipo del corpo infetto e minaccioso) ma anche di una misteriosa scomparsa dell’energia elettrica (come nel recente Revolution) o di ragioni semplicemente insondabili (come in Leftovers, dove all’improvviso sparisce il 2% dell’umanità). D’altra parte, due dei successi globali di maggiore impatto delle ultime stagioni cinematografiche sono stati altrettanti blockbusters derivanti dall’universo fumettistico Marvel. Il primo è Black Panther, che nel mondo ha incassato circa 1,4 miliardi di dollari al solo box office e racconta di un regno africano che cela il proprio benessere a tutti i paesi limitrofi, dove invece si muore di fame e di malattie che nel mondo “civilizzato” sono debellate da decenni. Il secondo è in realtà un dittico, composto da Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame. Complessivamente, questi due film si sono avvicinati ai cinque miliardi di dollari al solo box office, a dimostrazione di una spaventosa capacità di attrazione per gli spettatori di tutto il mondo. Anche in questo caso, si racconta di una minaccia dal potere quasi metafisico (un supercattivo galattico chiamato semplicemente Thanos…), che con uno schioccare di dita fa scomparire all’improvviso metà della popolazione del pianeta Terra perché è convinto che sia l’unico modo per salvarne il futuro, ripristinando l’ordine naturale delle cose.

Non ci vuole un raffinato conoscitore della psicologia delle masse per capire che questi racconti popolari, tanto più significativi perché risultato di una elaborazione collettiva e non filtrati dalle ossessioni private di personalità autoriali, danno vita a qualcosa che può essere collocato alla confluenza fra la proiezione di un desiderio inconfessabile (Umberto Eco parlava di “segreto amore per le catastrofi”) e il sentimento di una incombente minaccia di proporzioni inaudite. 

Ed è questa la prospettiva in cui si inserisce la percezione e la ricezione diffusa del fenomeno Covid-19 che sta modificando le abitudini quotidiane e le modalità relazionali di larga parte degli esseri umani. O, per meglio dire, di quella parte di essi che è abituata a standard di vita (a cominciare dall’aspettativa di vita) e sanitari particolarmente alti. 

Ebbene, la risposta che è stata data dai governi delle principali potenze economiche mondiali, a un certo punto della diffusione del contagio, è consistita nella sospensione di tutte le attività non essenziali e nella quarantena indistinta. In particolare, l’Italia è stato il primo paese al mondo nel quale il provvedimento ha riguardato non una singola città o territorio, ma la nazione nella sua interezza. Nel giro di pochi giorni, la vita di sessanta milioni di persone è stata completamente sconvolta. Sono state chiuse le scuole, le università, i parchi, i cinema, i teatri, ogni forma di aggregazione, i centri e ogni tipo di attività sportiva, la quasi totalità degli uffici pubblici e delle aziende private, chiuse le frontiere, ridotti al minimo i trasporti. Alle persone è stato intimato di chiudersi in casa e di non uscire se non in caso di necessità primarie. In pratica, l’intera popolazione è tecnicamente segregata e il paese nella sua interezza è guidato dalla logica della medicalizzazione di massa che è garantita da quello che (sempre tecnicamente: non è un giudizio o una critica, ma la descrizione di un fatto) non può essere definito se non uno stato di polizia, nel quale serve un lasciapassare per circolare e nel quale le strade sono deserte e perfino l’accesso ai beni di prima necessità, se non razionato, è comunque soggetto a procedure estremamente rigorose. Per non parlare dell’ossessiva concentrazione dei media sul tema e del sempre più frequente richiamo all’identità e all’unità nazionale. E tutto questo per un arco temporale comunque ampio (di almeno tre settimane) che potrebbe prolungarsi per una quantità di tempo imprecisata.

Ora, da un lato questi provvedimenti sono inevitabili, se praticamente tutti i paesi ne stanno adottando di analoghi: vale a dire che i cittadini si aspettano che vengano presi questi provvedimenti e sono – almeno in linea teorica – disposti a pagarne il prezzo. Dall’altro lato, le conseguenze sono difficilmente calcolabili, sia in termini di impatto produttivo (si dice che saranno garantiti i servizi essenziali, a partire dalle forniture alimentari, ma nessuno sa con certezza se si sarà in grado di rispettare questa garanzia), sia in termini di impatto economico (si parla di misure in aiuto di tutta una serie di categorie di persone, ma nessuno sa se gli interventi saranno sufficienti a coprire le esigenze né per quanto tempo dovranno essere reiterati), sia per quanto riguarda l’impatto complessivo sulla salute pubblica.

Da questo punto di vista, a incuriosire non è tanto la prevedibile ricaduta che le centinaia di migliaia di interventi rimandati, visite e analisi sospese, cambiamento delle abitudini alimentari e di movimento comporterà, quanto le conseguenze psicologiche di questa quarantena estesa a una intera popolazione di decine di milioni di persone. C’è un intero filone di studi che riguarda le conseguenze delle catastrofi (dai “disaster studies” alla “trauma theory”) ed è noto quali e quante forme di stress post traumatico abbiano dovuto affrontare coloro che sono stati sottoposti a forme di restrizione, dai detenuti nelle carceri o nei manicomi, ai militari che hanno dovuto affrontare la guerra di trincea durante la Prima Guerra Mondiale, fino ai ragazzini costretti a vivere diverse settimane in una grotta thailandese. Esperienze ben più tragiche ed estreme di quelle che siamo obbligati a vivere noi italiani in questo periodo, sottoposti a una blanda forma di arresti domiciliari, assistiti dalla televisione, dai nostri cari, dal computer, dallo smartphone, da tutte quelle tecnologie che in buona parte ci consentono di svolgere anche in remoto le nostre attività lavorative e di portare avanti una discreta socialità, sia pure mediata. 

Tuttavia, è innegabile che ci troviamo di fronte a un vero e proprio esperimento di psicologia sociale che coinvolge l’intera popolazione ma che potrebbe avere esiti completamente diversi a seconda delle condizioni e della predisposizione dei soggetti coinvolti. Perché ci sono gli abitanti dei grandi centri, completamente attraversati dalle fibre ottiche, e quelli delle aree periferiche dove le connessioni sono instabili e precarie. Quelli che vivono interconnessi e che possono godere di una biblioteca digitale e di una videoteca pressoché illimitate, ma anche quelli che non godono di un simile privilegio. Quelli che vivono in nuclei familiari compositi, per i quali il problema, nel tempo, potrebbe essere la convivenza in spazi ristretti, nei quali può esplodere la frustrazione di dover negoziare ogni istanza individuale. E quelli che invece vivono da soli, per i quali la solitudine potrebbe rivelarsi una fonte micidiale di depressione. Ci sono le persone che hanno relazioni stabili e positive, per le quali la convivenza potrebbe perfino costituire un vantaggio, rinsaldando rapporti soggetti all’usura dei troppi impegni e di una vita frenetica e competitiva, ma anche relazioni usurate o fortemente sbilanciate, per le quali la convivenza coatta potrebbe trasformarsi in un incubo e in un ampliarsi della reciproca estraneità e dell’aggressività. Ancora, ci sono soggetti psicologicamente solidi, capaci di affrontare la situazione con metodo e di trovare al loro interno gli strumenti per rendere questa fase un periodo di crescita o consolidamento. E ci sono soggetti fragili, strutturalmente precari che, abbandonati a se stessi, alle prese con le paure dettate da una situazione di incertezza, potrebbero vedere amplificate le loro nevrosi e fobie fino a livelli difficili da controllare.

L’esito di questo involontario esperimento, a cominciare da quanto si sarà in grado di contenere all’interno di esso la maggior parte delle “cavie”, è imprevedibile. Ma a rendere interessante la cosa, oltre alle dimensioni e alla natura estremamente variegata degli individui coinvolti, c’è il fatto che – nell’insieme – si tratta di una popolazione che non è abituata ad assoggettarsi all’autorità (come ad esempio quella cinese), ma ad avere ampli margini di autonomia, nei quali esercitare una soggettività forte e articolare la propria socialità secondo traiettorie sofisticate. Gente che esce spesso, che si incontra, che viaggia, che ha reti importanti di relazioni. Per quanto tempo sarà possibile convincerli a rispettare le disposizioni e quali conseguenze queste lasceranno sul loro assetto psichico complessivo? Quanto tempo ci metteranno a tornare alla normalità, con quali cicatrici o con quale bagaglio, quali abitudini si consolideranno e quali verranno rapidamente abbandonate per riprendere quelle sospese? Questi saranno temi oggetto dello studio e dell’attenzione delle scienze sociali per i decenni a venire, e in particolare di quegli studiosi che si occupano di capire come le interazioni si consolidano e si modificano, producendo effetti positivi o negativi sull’equilibrio del cervello di questo potentissimo e delicato organismo che è l’homo sapiens. Di certo, a differenza degli alieni di Wells, sappiamo che lo sviluppo di vaccini, farmaci retrovirali e immunità di gruppo non tarderanno a manifestarsi e dunque, per quanto grave e dolorosa sia la situazione, per quante potranno essere le vittime e pesanti le esternalità dei provvedimenti, non sarà il coronavirus a far estinguere questa specie. Il Covid-19 non è Thanos e le sue vittime non hanno niente a che spartire con gli zombie.


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