5G sì, no, forse. Ecco cosa dice l’Istituto Ramazzini

La risposta, richiesta dal Cantiere, all’articolo di Michele Pompei «Come ogni tecnologia, anche le radiofrequenze di ultima generazione di cui tanto si parla ultimamente comportano vantaggi e svantaggi. Per questo è importante che il giusto dibattito pubblico sia supportato da informazioni corrette e scientificamente valide. Affinché oltre alla salute dei cittadini sia salvaguardata anche la capacità degli amministratori di compiere le scelte migliori per le loro comunità».

di Fiorella Belpoggi, direttore scientifico Istituto Ramazzini, cooperativa sociale impegnata da oltre vent’anni nella lotta al cancro


Tutti parlano di 5G. Ma cos’è esattamente? In tanti Comuni italiani stanno arrivando richieste di gestori telefonici per installare nuove antenne che serviranno per la tecnologia 5G. Innanzitutto proviamo a capire, per sommi capi, di cosa si tratta: il 5G lavora su nuove bande pioniere dedicate, cioè 700 MHz, 3.5 GHz e 26 GHz, e promette una efficienza di trasmissione maggiore delle tecnologie precedenti, una reattività  più spinta (minore latenza) e una capacità  superiore di gestire decine di migliaia di dispositivi (Internet delle cose) per km quadrato. Le prime due frequenze sono paragonabili a quelle già in uso, mentre la frequenza 26 GHz è una frequenza ad onde millimetriche, già diffusa da tempo come mezzo di trasmissione soprattutto a scopi militari.

Riconosciuto il grande beneficio che questa tecnologia porterà in vari ambiti (dalla chirurgia all’agricoltura) e ammesso che l’Internet delle cose sia utile per i cittadini comuni (utile, ma non certo indispensabile, quindi si tratterebbe di un bisogno indotto) sorgono però molti interrogativi sugli effetti avversi di questo nuovo sistema, le cui onde elettromagnetiche vanno a sommarsi a quelle delle reti esistenti.

Infatti, gli aspetti sanitari legati alle onde elettromagnetiche delle reti radiomobili (precedenti al 5G) sono stati oggetto di numerosi studi, che hanno messo in evidenza come le onde radio non si limitino al solo riscaldamento dei tessuti, ma che possano essere anche causa di effetti non termici, probabilmente fino a procurare il cancro nei forti utilizzatori di telefono cellulare. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms (Iarc, International Agency for Research on Cancer) ha classificato le onde a radiofrequenza tra i “possibili carcinogeni per l’uomo”. Il Parlamento europeo ha più volte chiesto alla Commissione europea di predisporre nuovi studi indipendenti e la revisione della letteratura ad oggi disponibile.

Se i cittadini hanno paura è innanzitutto perché non c’è chiarezza nell’informazione. Ma non si tratta soltanto di questo: in questo contesto già  poco nitido, nessun ente istituzionale, nemmeno l’Istituto superiore di sanità  e l’Oms, garantisce che non verranno innalzati i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici attualmente in uso in Italia, fra i più bassi al mondo, che al momento ci permettono di considerare sostenibili anche a lungo termine le frequenze già  in uso e quelle 5G a 700 e 3600 MHZ, se mantenute nei limiti di campo elettromagnetico attuale, cioè 6 V/m.

I possibili effetti sulla salute

È in effetti il campo elettromagnetico che induce effetti sui sistemi biologici, non la frequenza delle onde. Anche nello studio dell’Istituto Ramazzini su animali da laboratorio, il più grande mai eseguito sulle onde emesse dalle antenne delle stazioni radiobase, si è visto che i tumori correlati al sistema nervoso centrale e periferico, osservati a esposizioni di 50 V/m, non subivano invece incrementi significativi a 5 V/m e 25 V/m. Pertanto, i 6 V/m permessi in Italia rappresentano una giusta cautela, che potrebbe essere ancora più efficace se le rilevazioni si basassero su misurazioni puntiformi (cioè se in nessun momento della giornata fosse consentito di oltrepassare quel limite) e non sulla media delle emissioni nell’arco delle 24 ore, come avviene purtroppo dal 2011 a causa di una modifica del Governo Monti alla legge originale, n. 22/2001.

Gli stessi tipi di tumore rilevati dallo studio del Ramazzini – rarissimi nella letteratura scientifica – sono stati osservati sia nel laboratorio del National toxicology program americano sia negli studi epidemiologici, cioè quelli effettuati sulla popolazione umana che faceva un pesante uso del telefono cellulare. In tutti questi casi bisogna leggere con molta attenzione i numeri: seppure gli studi quantifichino l’incidenza dei tumori a un livello basso, compreso tra 1 e 2 per cento, occorre tenere presente che la popolazione esposta corrisponde alla quasi totalità della popolazione mondiale, pertanto anche una percentuale bassa può tradursi, in numero assoluto, in centinaia di migliaia di persone colpite. Nell’attesa di maggiori evidenze scientifiche sulle nuove frequenze del 5G, cioè quelle a 27.000 MHz o onde millimetriche, pur volendo riconoscere i potenziali vantaggi tecnologici, l’approccio al lancio della nuova tecnologia, da sovrapporre alle reti mobili preesistenti, non può che essere affrontato con grande precauzione, chiedendo alle autorità di frenare il dispiego rapido e omogeneo sul territorio di questa tecnologia.

I tecnici delle compagnie sostengono che la tipologia di trasmissione beamforming del 5G e la capacità  di penetrazione nel corpo, che dovrebbe limitarsi al solo strato cutaneo, diminuiscono l’esposizione, ma io ricordo che il 5G non sostituisce le antenne 2G-4G, quindi sicuramente i campi elettromagnetici generati da tutti i tipi di antenne si sommeranno e aumenteranno l’esposizione totale, difficile da controllare in una situazione in cui la densità  delle antenne non permette per “saturazione” di aggiungerne altre e rimanere nei limiti di legge. Diverso sarebbe se si trattasse di una mera sostituzione delle frequenze e non di un’aggiunta.

Non esistono studi adeguati per definire i pericoli delle onde millimetriche utilizzate per il 5G, le alte frequenze, ma esistono studi che evidenziano pericoli di cancerogenicità nelle bande dell’ordine di grandezza dai 700 MHz e 3600 MHz, che comprendono bande utilizzate dal 5G. Quindi, al momento, non si può né escludere (mancanza di dati non significa mancanza di pericolo) né affermare che le onde millimetriche del 5G siano cancerogene. Quello che è stato evidenziato finora negli studi sperimentali ed epidemiologici sul 2G-4G è un pericolo a carico delle cellule nervose, che riguarda miliardi di persone esposte e che perciò rappresenta senza dubbio un evidente problema di salute pubblica.

E dunque, come avviene per l’industria chimica o del farmaco, prima di immettere una tecnologia nuova e pervasiva sul mercato, bisognerebbe sottoporla a prove sulla sua innocuità per la salute umana. Nel mondo della chimica in Europa ad esempio il motto è “no data = no market”, cioè il produttore deve dimostrare l’innocuità di un prodotto per poterlo registrare. Mi chiedo perché questo non debba avvenire per tutti i tipi di innovazione tecnologica e perché le tecnologie delle telecomunicazioni vengano imposte all’intera popolazione del globo senza nessuna garanzia sulla sicurezza e senza informazione adeguata.

Alcuni spunti per una politica sul 5G

L’invito alla cautela trova tuttavia i sindaci con pochissimi strumenti: seguendo i normali procedimenti amministrativi, un sindaco non può impedire l’installazione di nuove antenne, perché in base al Decreto legislativo n.259/2003 (codice delle Comunicazioni) le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione sono assimilate a ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria. L’installazione di infrastrutture per impianti radioelettrici viene autorizzata dagli enti locali, nel rispetto delle norme urbanistiche e previo accertamento da parte di Arpa della compatibilità del progetto con i limiti di esposizione (che per la telefonia mobile sono di 20 volt/m), i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità (6 volt/m), stabiliti uniformemente a livello nazionale.

Non ci sono elementi per cui una richiesta di installazione possa essere respinta in caso di parere favorevole di Arpa. Le ordinanze di diniego emesse da alcuni sindaci rappresentano effetti tampone, per altro di durata limitata con rischio di impugnazione. Cosa diversa è la possibilità di redazione di un regolamento comunale, attualmente previsto come possibile all’art.8 comma 6 della L.Q. n. 36 del 2001 in virtù del quale i comuni possono assicurare il corretto insediamento urbanistico degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici.

Cosa consiglierei ai tanti sindaci che oggi si ritrovano a gestire un tema così spigoloso, presi dalla contrapposizione fra sviluppo tecnologico e salute dei cittadini? Consiglierei loro di rispettare e far rispettare la legge con le seguenti azioni:

1) Mantenere come imprescindibile la condizione della legge 22/2001 n. 36 che identifica come obiettivo di attenzione per il campo elettrico generato dalle radiofrequenze (RF) 6 V/m

2) Riportare la misurazione del campo elettrico per i controlli a medie sui 6 minuti e non nelle 24 ore come modificato dal governo Monti nel 2011, evitando così picchi di valori eccedenti durante gli orari di grande traffico di dati.

3) Chiedere la delega del monitoraggio dei campi elettrici generati dalle RF ai Comuni, con centraline predisposte a misurare in continuo nei luoghi sensibili, come scuole, palestre, parchi giochi, campi sportivi ecc. Le misurazioni dovrebbero poi essere messe a disposizione delle Arpa per gestire le informazioni sanzionando eventuali sforamenti; le Arpa non hanno risorse umane sufficienti per un monitoraggio capillare del territorio.

4) Cablare tutti gli edifici pubblici o di nuova costruzione attraverso collegamenti diretti alla fibra ottica.

5) Predisporre spazi WiFi free (come per il fumo di sigaretta) per evitare esposizioni passive di chi non utilizza tecnologie di teletrasmissione e ha problemi di elettrosensibilità.

6) Inserire nei programmi scolastici a tutti i livelli lezioni sull’uso dei telefoni cellulari.

7) Chiedere alle compagnie di produrre telefonini più sicuri (abbassare l’energia emessa), con l’introduzione di auricolare incorporato affinché il telefono funzioni solo quando lontano dal corpo e soprattutto lontano dalla testa.

8)  Informare i cittadini sull’attuale stato delle conoscenze sui rischi per la salute, ma anche sulle opportunità di sviluppo digitale e sulle eventuali alternative infrastrutturali alle antenne per la trasmissione in 5G.

9) Costituire un tavolo semipermanente che tenga aggiornato il Comune e le parti sociali sulle possibilità e le modalità di intervenire a tutela della salute.


4 pensieri su “5G sì, no, forse. Ecco cosa dice l’Istituto Ramazzini

  1. articolo importante, e spero che i sindaci ne tengano conto applicando le proposte precauzionali della dott.ssa Belpoggi che ringrazio per l’importante lavoro dell’Istituto Ramazzini che andrebbe sostenuto dalle istituzioni per il suo ruolo autonomo e si terzietà scientifica.

  2. Articolo importantissimo e particolarmente appropriato il parallelo con le norme che regolano l’introduzione in commercio dei farmaci. L’argomento è di enorme importanza e deve essere portato a conoscenza per un verso dell’opinione pubblica nei termini corretti e facilmente comprensibili come ha fatto la dottoressa Belpoggi, per l’altro verso deve assolutamente essere posto all’attenzione di tutti gli amministratori della cosa pubblica, a tutti i livelli. Teniamo presente che prestissimo la diffusione di questi device di ultima generazione, grazie alle accattivanti campagne pubblicitarie che generano un forte bisogno indotto, sarà incontrollabile, e di conseguenza il potenziale pericolo per la salute aumenterà esponenzialmente.
    Proporrei che Cantiere Bologna si faccia promotore di una campagna di informazione sull’argomento che partendo da Bologna e dalla nostra Regione si estenda a livello nazionale. Qualcuno dovrà pur cominciare!
    .

  3. Che lei, dottoressa, nomini e perfino giustifichi gli elettrosensibili, la pone sotto cattiva luce. Che lei , dottoressa, si permetta di suggerire che la nuova tecnica serva solo per sfizio di qualcuno, che lei sostenga che la nuova tecnica non soppianterà le vecchie, pur riconoscendone l’economicità e il minor impatto, che, infine, sia a tutti gli effetti portavoce dei no 5G completa il suo profilo.
    Prometto comunque di ascoltarla oggi pomeriggio.
    Un vecchio diplomato in telecomunicazioni che ha passato la vita in diretto contatto coi più svariati cem.

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