Senza il centro non si vince

Il rapporto con quest’area  a Bologna va riconosciuto come decisivo, riportando il confronto sulle idee e scambiando valori e programmi. A partire dallo sviluppo sostenibile delle tecnologie e dallo sviluppo umano delle persone

di Giovanni De Plato, psichiatra e scrittore


Sul risultato delle elezioni del 20 e 21 settembre i partiti e i movimenti di Bologna dovranno aprire una seria riflessione. Il voto del referendum, delle regionali e dei Comuni ridisegnano lo scenario politico, evidenziando tendenze in parte inattese. Il centrosinistra tiene, Il governo Conte è confermato, il centrodestra non sfonda né in Toscana né in Puglia, il doge del Veneto e lo sceriffo della Campania sbancano, il populismo cala e i progressisti decollano lentamente. A ben vedere il voto di settembre propone la questione irrisolta delle alleanze elettorali e politiche.

I partiti di destra e di sinistra definiscono le loro alleanze politiche con il termine compositivo di centrodestra e di centrosinistra. Spesso le due parole sono tenute insieme da un trattino, secondo se l’alleanza dei partiti è organica o occasionale. Nell’uno e nell’altro caso si assiste a un’articolazione molto variegata a livello territoriale e spesso poco coerente. A Bologna in questa fase preelettorale, in vista dell’elezione a sindaco del 2021, si fa un gran parlare e sparlare, a proposito di alleanze e del ’Centro’. C’è chi lo fa ideologicamente, riducendolo lo schieramento a formale apertura al civismo. E chi, invece, ne marca politicamente la rilevanza dell’apertura alla società civile, alle sue organizzazioni e personalità.

L’apertura strumentale è tipica del centrodestra bolognese che si muove unito e compatto, dicendosi disponibile a farsi rappresentare da un civico, che deve però dare garanzie di populismo e nazionalismo, cioè di una personalità che si lasci cooptare. La ricerca è in atto da qualche tempo e finora con pochi risultati. L’apertura politica è invece tipica del centro-sinistra, si usa il trattino perché l’alleanza giallo-rossa è stata imposta da una fase di emergenza e di svolta del governo nazionale. A livello locale tale convergenza non è data e resta un problema irrisolto, che fa capire come a Bologna bisogna andare oltre lo schema congiunturale e tenere più in conto le spinte emerse dal voto settembrino.

All’interno di entrambi gli schieramenti della città non manca chi con idee confuse attribuisce al Centro o una panacea o una sciagura. Di questo secondo aspetto si fa paladina quella sinistra ‘pura e dura’ che non si accorge che così facendo regala una fetta di elettorato, importante per risultare vincenti al primo turno. A questa sinistra ideologica poco incline alle larghe alleanze bisognerebbe ricordare che da soli o in pochi non ci si salva, si è destinati a perdere. E che il concetto di centro è altro da quello del pregiudizio ideologico perdurante, che porta nei migliori dei casi a distinguere un Centro buono o cattivo e dal basso o dall’alto.

Ragionando in purezza si va a sbattere. L’accusa è comunque che il Centro è solo un insieme di corporazioni legate da interessi di profitto e di speculazioni. Con queste lenti non si coglie che il Centro è portatore di valori e di programmi più o meno condivisibili. Il Centro che dovrebbe interessare alla sinistra è quello che si distingue per la sua venatura di riformismo temperato. La destra e la sinistra dovrebbero sapere che il ‘Centro’ è un luogo di confluenza, di idee che se elaborate insieme possono formare un programma e una maggioranza vincenti. Il ‘Centro’ è inoltre un’area plurale, fluida e dinamica che si compone in alcune fasi e si discioglie in altre. Le diverse anime e culture che lo attraversano (liberale, cristiana e progressista) vanno portate al confronto e alla condivisione di una piattaforma, sapendo che il bene comune o generale è il motore di un nuovo modello di sviluppo, di un’economia sociale e di una società di produttori.

Questa convergenza sarà possibile se a Bologna non si avrà la pretesa di formare un’unica lista inclusiva delle rappresentanze sociali. La sfida vincente è quella di riuscire a costruire un’alleanza plurale e a trovare democraticamente un leader che la sappia esprimere e rappresentare nello stare insieme e sul pianificare le innovazioni. Senza l’alleanza con il Centro nessuno dei due schieramenti contrapposti riuscirà a prevalere al primo turno elettorale.

Dopo la vittoria del Sì e il successo in alcune Regioni e molti Comuni, la sinistra deve rifondare se stessa, divenire pluralista, tessere alleanze. A questo fine il rapporto con il Centro a Bologna va riconosciuto come decisivo, riportando il confronto sulle idee e scambiando valori e programmi. A partire dallo sviluppo sostenibile delle tecnologie e dallo sviluppo umano delle persone. Uno sviluppo green che sappia valorizzare, senza lasciarsi dominare, la rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale. Bologna del 2030 va ridisegnata con un nuovo rapporto centro-periferia, mobilità-ambiente, formazione-occupazione, pari opportunità-Welfare, più alberi e meno cemento. Una città del mondo creativa e produttiva, amica degli ultimi.

Photo credits: Patrick Baum


2 pensieri su “Senza il centro non si vince

  1. Gianni è brillante come al solito ma cambiando un poco le cose preferirei dire che le cose sono di centro se si fanno con competenza e moderazione. Quali sono i problemi sarebbe facile definire è il come che spesso fa cadere tutti i buoni propositi su cavilli che originano barriere, spesso pretestuose, su malposta base ideologica o sui pregiudizi dei vecchi partiti.
    Compito della politica dovrebbe essere quello di far progredire le cose anche se qualcuno si impunta senza urla o forzature ma con compromessi sempre possibili.
    Altro punto di rilievo è che invocare questo centro significa prendere atto di un risultato importante di questa tornata elettorale : non hanno vinto i vecchi partiti che sono considerati, spesso e da molti, obsoleti ma le persone. Zaia ,De Luca, Emiliano, Toti. La iniziativa grillina, che piaccia o no, era un tentativo di superare i partiti che forse sta fallendo ma era ed è assolutamente giustificato se non necessario visto che farsi valere dentro un partito richiede comportamenti e manovre da sacristia per anni e anni seguiti, da chi riesce e sopravvivere a questo iter, da un successo eccessivo a cominciare dal fatto di divenire totipotenti per occupare spazi per i quali non si è avuto tempo per acquisire la competenza necessaria.
    Occorre fondare scuole di specializzazione per politici che si preparano a un certo lavoro.
    Poi, c’entra poco ma mi viene spontaneo dirlo, occorre anche mettere un cartellino da marcare perché non so se il numero ridotto dei parlamentari farà funzionare meglio le cose o meno ma chi è così ambizioso da farsi eleggere deve poi lavorare duro (fra l’altro i vincitori sono tutti dei gran lavoratori ma si dà per accettato che vi siano parlamentari che stanno anni senza farsi vedere cosa intollerabile secondo me). Forza con il centro che significa inserire in mezzo ai politici tradizionali forze non etichettate e provenienti dalla società civile e non inserite per lungo tempo nella truppa.

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