Non aprite quella porta

Mai ci saremmo sognati di entrare in un dibattito interno al Partito Democratico, né mai ci saremmo permessi di indicare preferenze tra i vari aspiranti candidati del centro sinistra bolognese. Ma sappiamo leggere i trucchetti della politica, e l’emergere del nome di De Maria ci fa capire che si è tornati a pensare che l’elettorato sia una massa senza forma e senza anima. Saremo felici di scegliere tra Lombardo, Aitini o Lepore. Saremo entusiasti se si aprirà un percorso che porta a primarie di coalizione. Ma non aprite la porta ai fantasmi del palcoscenico. Altrimenti se ne chiuderanno molte altre

di 6000 Sardine Bologna


Il teatrino che si sta consumando sotto le due Torri in vista delle elezioni cittadine è uno spettacolo a cui nessuno di noi avrebbe voluto assistere, ma dimostra come la lettera  (“Una questione di Coerenza”)  che abbiamo recentemente scritto a Nicola Zingaretti prenda le mosse da problemi reali.

Proviamo a partire dal principio.

In politica i nomi contano. Non siamo abbastanza idealisti da pensare che non sia così, ma siamo abbastanza idealisti da pensare che non tutti i nomi siano uguali. Dietro a un nome c’è un percorso, una visione e, nel migliore dei casi, una comunità. Il mestiere di chi fa politica, piaccia o non piaccia, è anche quello di ottenere più voti dei suoi avversari, che si tratti di essere eletto o di far passare una legge, un ordine del giorno o un emendamento. Questo non deve scandalizzare, poiché il voto è la massima espressione della democrazia rappresentativa che ad oggi, e con tutti i suoi limiti, è il sistema che meglio concilia la redistribuzione del potere con l’efficacia dell’azione amministrativa. Se il voto rappresenta quindi uno dei momenti fondamentali nella vita di una comunità, la scelta di colui o colei che di quella comunità si appresta ad essere la guida è certamente un fatto importante. Ecco perché la scelta di un candidato sindaco dovrebbe essere un momento serio, emozionante, coinvolgente. Come seria, emozionante e coinvolgente è stata l’ultima campagna per le regionali in Emilia-Romagna, consumata e vissuta da gran parte della nostra comunità fino al momento fatidico dello spoglio.

Proprio ad un anno fa è necessario tornare per capire perché rifiutiamo l’ipotesi di De Maria come papabile candidato unitario del Pd. Quando iniziammo a gridare che non avremmo abboccato, oltre al rifiuto di Salvini e di ciò che rappresentava, rivendicavamo un ruolo per l’elettorato che non si fermasse a pedina passiva e inconsapevole. Non volevamo essere trattati come robot ma come esseri pensanti, né volevamo che i nostri concittadini venissero bistrattati come carne da macello elettorale o figurine da sbandierare sui social network. Per questo abbiamo dato un volto, un corpo e un messaggio politico alle masse. Non abboccare significava sbugiardare le verità dei sondaggi e dei like su Facebook, significava affermare che l’elettore esiste in carne ed ossa. Ma significava anche andare oltre, affermando che spesso quell’elettore è membro attivo di una comunità tanto da contribuire a renderla migliore spendendosi per gli altri e “facendo” politica.

Oggi ci sentiamo presi in giro di fronte alle modalità con cui alcuni vorrebbero determinare il futuro della nostra città. Con l’aggravante di essere proprio in quella città che più da vicino avrebbe dovuto comprendere il segnale implicito lanciato dalle sardine. Mai ci saremmo sognati di entrare in un dibattito interno al Partito Democratico, né mai ci saremmo permessi di indicare preferenze tra i vari aspiranti candidati del centro sinistra bolognese. Ma sappiamo leggere i trucchetti della politica, e le modalità con cui sta emergendo il  nome del deputato De Maria ci fanno capire che si è tornati a pensare che l’elettorato sia una massa senza forma e senza anima, incapace di valutare vecchie dinamiche politiche fatte di persone calate dall’alto, di discussioni ristrette, dei soliti nomi che hanno già anche altri incarichi (anche importanti) e puntualmente tornano a rivendicare l’ennesimo posto sul palcoscenico, o in regia.  Qualcuno si illude che l’elettorato sia “fuori” dalla politica. Una variabile esogena che entra nei cinici ingranaggi dei calcoli elettorali, senza però sfiorare neppure per sbaglio il concetto nobile di politica, nell’accezione collettiva del termine.

A Bologna il bacino elettorale è composto da 300.000 cittadini (senza considerare molti studenti, lavoratori  fuori sede e persone fragili che pure fanno parte della comunità). All’ultima tornata elettorale del 2016 i votanti effettivi sono stati 180.000 e la coalizione di centrosinistra ha raccolto al primo turno 70.000 voti. I componenti dell’assemblea provinciale del Pd sono qualche decina. Pensare di favorire un nome attraverso sondaggi tra soli iscritti, consultazioni tra dirigenti locali, accordi a tavolino significa non aver compreso la realtà dei fatti. In primis per le proporzioni di cui  sopra, in secondo luogo perché la storia dimostra che l’autoreferenzialità del Pd non ha mai pagato né in termini di idee né in termini elettorali.

Per quel poco che capiamo di politica ci è parso di intendere che le elezioni conviene vincerle, o perlomeno non perderle. E nella nostra ingenuità pensavamo che gli ultimi dodici mesi dessero una discreta indicazione in tal senso. Ma continuiamo a scoprire che talvolta è meglio essere ingenui che miopi. In Emilia-Romagna si è vinto grazie a una coalizione che andava da Renzi/Calenda (sigh) fino a Elly Schlein, passando per diverse liste civiche fondamentali e la mobilitazione delle sardine. Alle ultime regionali la linea del dialogo della segreteria Zingaretti ha pagato, nonostante qualcuno sostenesse (o sperasse) il contrario. Nei comuni di Cascina, Faenza, Legnano, Lecco, Chieti e molti altri si è ribaltata un’inerzia negativa proprio ricostruendo un processo politico collettivo, grazie a quelle dirigenze locali che hanno saputo abbattere i recinti del passato, liberandosi di quello snobismo tipico di chi ha perso l’abitudine di guardare oltre il proprio orticello.

Dopo il 14 novembre scorso, Bologna avrebbe dovuto essere il laboratorio nazionale per un patto di ricostruzione del centro sinistra, per la nascita di una coalizione progressista in cui ognuno possa contribuire a fare la sua parte. E invece ancora una volta ci ritroviamo a spiare da dietro le serrature, a sperare che chi è dentro non faccia cazzate. A capire quale rospo ci toccherà ingoiare questa volta.

Ma “a sto giro” non andrà così. Dodici mesi fa abbiamo smesso di essere spettatori. Non pretendiamo caviale e champagne né vogliamo la Luna, semplicemente non possiamo più farci andare bene tutto. Per questo ve lo diciamo ora prima che i giochi siano chiusi.

Saremo felici di scegliere tra le persone che darebbero continuità al modello amministrativo di questi anni, come  Lombardo, Lepore o Aitini. Saremo entusiasti se si aprirà un percorso che porta a primarie di coalizione.

Ma non aprite la porta ai fantasmi del palcoscenico.

Altrimenti se ne chiuderanno molte altre.


12 pensieri su “Non aprite quella porta

  1. Grazie di esistere Sardine !!! Questo pd di “rito bolognese” autoreferenziale e stantio la smetta di imporre scelte e decisioni prese nelle segrete stanze: che si facciano le primarie di coalizione senza accampare scuse deplorevoli e spazziamo via una volta per tutte i fantasmi del palcoscenico…..

  2. Io sottolinerei la necessità che i candidati si presentassero alla comunità esponendo le loro idee e programmi per il futuro di Bologna la scelta del candidato, qualsiasi sia la modalità della scelta , è un esercizio all’”orbina”, (termine bolognese traducibile come “alla cieca”,) che ritengo sia completamente inadeguato

  3. Grazie! Ancora una volta le sardine rappresentano il pensiero di migliaia di persone!
    Meditate gente, meditate…

  4. Grazie le mie sardine per interpretare ancora una volta il sentimento di molti bolognesi che da troppo tempo vanno nell’urna turandosi il naso, soprattutto atterriti dall’idea di una Borgonzoni di turno sulla poltrona di sindaco.
    Poi spesso non è andata bene…
    È ancora una ferita aperta che non posso dimenticare quello sciagurato “patto ad escludendum” che si consumò alla Casa Rossa di via Bastìa in vista delle ultime amministrative. Nelle settimane precedenti De Maria, segretario, aveva tirato un bel sasso nello stagno mettendo in discussione la ricandidatura di Merola. Quel giorno, prima tappa del giro in città di Merola autocandidato, sorpresa! Si presentò il De Maria paonazzo in viso e con sorriso di circostanza ed assistemmo ad un inaspettato scambio di baci e abbracci.
    Lo scambio vero era già avvenuto dietro le quinte. Io ero lì non come iscritta ma come sostenitrice della politica coraggiosa e trasparente di Andrea Colombo. E non capii niente di quel che stava succedendo. Lo capii solo ad elezioni avvenute: tutti i voti che nel nome di Andrea Colombo, politico di razza, ci eravamo mobilitati a conquistare erano serviti ad eleggere un sindaco che subito si affrettò ad affidare alla moglie/compagna di De Maria, Irene Priolo, l’incarico alla Mobilità che nel mandato precedente era stato con impegno e determinazione in capo ad Andrea e tutti ci aspettavamo riconfermato. Appoggio del partito alla propria ricandidatura in cambio dell’assessorato alla moglie del segretario del partito, 2+2!
    La slealtà nella vita è inammissibile, si può tollerarla in politica? Io dico no.
    Per ora non vedo nessun nome degno di rappresentare i momenti di alta politica e la ricchezza culturale di questa nostra città.
    A 68 anni ho deciso di smettere di turarmi il naso, me lo tura già abbastanza la mascherina!
    Sardine siete un barlume di speranza in un mare di desolazione, siamo con voi!
    Pinuccia Camellini

  5. Ho letto con interesse questo articolo. Non voglio qui e ora indicare le mie preferenze per qualche candidato. Rivolgo però alle “6000 Sardine” due considerazioni: 1) il PD di Bologna sta facendo bene a discutere le linee programmatiche per Bologna 2021 con i suoi iscritti, che non sono 4 gatti, ma diverse migliaia e, credo, quasi 3.000 hanno partecipato in presenza o in videoconferenza, a questa fase; forse altri fanno fatica a coinvolgere democraticamente tante persone; 2) io ritengo che Andrea De Maria stia facendo bene il suo importante incarico di parlamentare, anche per Bologna, e penso che così debba continuare a onorare il suo mandato fino alla fine, ritengo incoerente passare da un ruolo istituzionale ad un altro senza aver onorato il primo. Premesso questo, la definizione “fantasmi del palcoscenico” credo vada rigettata con tutta la forza, è un linguaggio denigratorio che poco ha della freschezza dell’impegno generoso e lucido che le Sardine hanno finora dimostrato.

Rispondi