Rimini e Bologna: fusione “vera” o “Fiera delle Vanità”?

L’integrazione farebbe nascere il primo player italiano del settore, in grado di competere a livello internazionale, e dunque va fatta e subito. Eppure stanno emergendo a livello politico posizioni dubbiose, anche perché avviene a fine mandato delle due amministrazioni comunali. Ma gli effetti sarebbero positivi per altre entità, come aeroporto, snodo ferroviario, università. Senza errori purtroppo già visti alle nostre latitudini sarebbe un veicolo vero per l’Innovazione sistemica regionale

di Maurizio Morini, Ambassador Innovazione & Digitalizzazione MISE


L’integrazione del sistema fieristico regionale è da tanti anni nell’agenda della politica, come lo è stata l’integrazione degli aeroporti. La mancata realizzazione del Piano integrato aeroportuale ha portato alle conseguenze che conosciamo: un unico aeroporto “serio”, Bologna, altri chiusi o agonizzanti. Di integrazione fieristica invece non si è mai smesso di parlare, in un tessuto settoriale troppo frammentato.

Bologna e Rimini si sono ritagliate un ruolo protagonista nel contesto internazionale. Con due visioni strutturali differenti: Bologna attraverso una crescita organica “onsite” e all’estero, Rimini attraverso la bellissima sede realizzata due decenni fa e con l’integrazione della Fiera di Vicenza nel progetto IEG. Entrambe hanno raggiunto risultati importanti nell’ultimo decennio. Se per Rimini questo era scritto nella Pianificazione strategica poliennale, che prevedeva anche l’evoluzione dei servizi congressuali col Palacongressi inaugurato nel 2011, per Bologna l’evoluzione è stata più conseguenza della capacità di insinuarsi nelle debolezze del sistema per cogliere spazi di mercato; per chi come me è stato scettico sulle prospettive del polo bolognese, questa resilienza è da cogliere con molta positività.

Nel 2019 le due società hanno raggiunto un valore della produzione di oltre 360 mln di € che ne fa, come aggregato, il principale player potenziale italiano: Fiera Milano, per intenderci, ha registrato 280 mln di ricavi. Parliamo di un progetto di integrazione per dar vita al principale operatore italiano, in grado di competere a livello internazionale. Eppure stanno emergendo varie voci dubbiose. A livello politico sono stati posti quesiti relativi al piano di sviluppo del nuovo soggetto, all’esclusione delle residue entità fieristiche regionali, all’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, ai futuri assetti organizzativi, in un contesto contingente di sconvolgimento del mercato fieristico mondiale (con cali dell’attività anche del 75%) e al fatto che tale decisione sia presa nel fine mandato delle amministrazioni comunali sia di Bologna sia di Rimini.

La mia opinione è che la fusione sia da realizzare e che i tempi debbano essere questi. Due situazioni di debolezza per cause eccezionali e impreviste, in organizzazioni che hanno mostrato resilienza qualitativa, possono sommarsi in una forza rilevante; anche grazie all’intervento di Cdp, che può garantire indispensabili contributi e finanze aggiuntivi per uscire da una situazione come quella contingente.

Cosa potrebbe comportare la fusione? Intanto una sinergia effettiva fra i due quartieri. Il raffronto dei bilanci delle due realtà fa comprendere come la combinazione potrebbe risultare davvero interessante. In termini competitivi appare arrivare alla fusione meglio posizionata Rimini, grazie alle importanti nicchie operative delle proprie manifestazioni che la rendono indipendente dallo strapotere di Milano. Bologna risente della concorrenza milanese, in una competizione che per la differente struttura economica dei territori è da sempre del tutto in salita. Ci sono ottime ragioni per ritenere quindi che l’integrazione possa essere molto favorevole per Bologna, sia per la sinergia citata, sia per le prospettive di ruolo preponderante in future ricapitalizzazioni grazie alla forza del proprio tessuto economico.

L’insieme delle altre infrastrutture bolognesi, in primis aeroporto, snodo ferroviario, Università ed altre Istituzioni Culturali, ne avrebbe un significativo giovamento, così come il mondo dei servizi alle persone e alla collettività. Il tema cruciale è quello del piano strategico che delineerà il prossimo sviluppo della società. Sono già trapelate indiscrezioni, ma su percorsi marginali.

Per esempio, della ristorazione nell’azienda che gestirà i quartieri di Bologna, Modena, Ferrara, Bari, Rimini, Vicenza, Cesena e Forlì si dovrebbe occupare Summertrade di Rimini – nella quale Camst (socia di BolognaFiere) è azionista di minoranza – che già opera nei quartieri IEG, nei palacongressi di Rimini e Vicenza e in altre realtà (centro congressi di Riva del Garda, circuito di Misano). Altre sinergie arriveranno sul mercato americano dove Bologna organizza diverse manifestazioni e Rimini ha una società di allestimento. Sul mercato interno in quel comparto la capofila sarà Bf servizi.

E sul resto? Sul peso dell’innovazione? Quello che è fondamentale chiedersi è se, come spesso purtroppo capita da noi, si definiranno prima le cariche e poi obiettivi e strategie. La stampa sostiene che presidenza, vicepresidenza, Ad, Cda siano ruoli di fatto assegnati e definiti, coinvolgendo i protagonisti dell’attuale governance che bene, senz’altro, hanno fatto finora. Questo però non dovrebbe essere scontato: in una situazione fluida come quella del panorama fieristico andrebbero prima definiti obiettivi e strategie, per poi individuare le persone idonee a guidare i team che dovranno perseguirli. Il management dell’innovazione “indefinita” non dovrebbe essere per forza quello uscente, proprio perché sarà necessario un approccio visionario che non necessariamente si ritrova in chi ha governato le fasi precedenti.

Si eviti per una volta che anche questo percorso si trasformi in una Fiera delle Vanità e si faccia in modo che rappresenti invece un veicolo per l’Innovazione Sistemica regionale.

Photo credits: the italian voice (CC BY 2.0)


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