Morandi al ragù

Sarà l’aria frizzantina di ArtCity, ma una mostra grottesca sulle beghe bolognesi potrebbe aiutarci a ridimensionarle. Un’idea indiscutibilmente pessima e come tale emendabile. Ma a cosa serve l’Arte se non a riflettere su noi stessi?

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Se c’è qualche merito nel percorso artistico di Giorgio Morandi, aver trasformato l’ossessività compulsiva in opera d’arte fa senza dubbio parte della lista. Un’ossessività talmente potente da trasmigrare, una volta morto il pittore “metafisico” – ché artisti, come mi insegnò Concetto Pozzati, ce ne saranno sì e no tre per secolo – nel modo e nella maniera con cui questa città e le istituzioni propinano urbi et orbi, a ogni occasione, le sue opere.

L’ultima, abbastanza improbabile, è stata l’edizione di ArtCity appena conclusa, con una scelta grafica ufficiale caduta su forme morandiane, con gran scorno di diversi operatori del settore che, interrogati sull’argomento, rispondevano con un sospiro imbarazzato e una levata d’occhi verso il cielo, a testimonianza di un’eredità ancora, e forse troppo, invadente.

Invadenti sono anche i quadri – lo sa fin troppo bene il direttore artistico del MAMbo Lorenzo Balbi – che compongono la collezione del Museo Morandi. Un museo “itinerante”, nel senso che per anni ha girato la città in attesa di una sede definitiva che, forse, a lavori ultimati si troverà sulle ceneri dell’ex cinema Embassy di via Azzo Gardino.

Nel frattempo, co’ tutte ‘ste bottije dovremmo continuare a combattere – «son disgrazie che capitano», direbbe l’Accattone di Pasolini – e per ottimizzare la logistica, liberando contestualmente un po’ di spazio in via Don Minzoni 14, un’idea balzana io l’avrei.

Si selezionino dunque una serie di opere di Morandi – le più scadenti, le meno “metafisiche”, fate voi – e una volta issate sui muri della Sala Ciminiere, gli si piazzi davanti qualcosa di imbrattante e facilmente lanciabile: un barattolo di vernice, tanto per dire, o una pentola di ragù. L’installazione prevede poi che alcuni finti attivisti di Ultima Generazione – ma anche quelli veri, se sono disponibili – si sfoghino liberamente sulle croste. Con sentiti ringraziamenti della Pinacoteca Nazionale e dei volontari Auser in guardiania (qui).

In omaggio all’attualità bolognese, poi, aggiungerei un altro paio di pose alla performance. Immagino per esempio un alberello striminzito in mezzo alla sala, circondato di recinzioni da cantiere che i visitatori possano abbattere, mentre una comparsa vestita da orso si incatena ripetutamente all’arbusto (qui). Accanto, seduto dietro a una vecchia cattedra tarlata, un funzionario della Soprintendenza timbra certificati di validità artistica per garage, scantinati ed elettrodomestici rotti. Chiunque può compilare il modulo e farselo validare, basta chiedere.

Naturalmente, in questo bestiario non può mancare il Pd. E mentre su un podio, dinnanzi a un gruppetto di iscritti in visibilio, un finto Meogrossi strappa da uno statuto del partito le pagine dedicate alle Primarie (qui), in una delle salette laterali un Lepore e un De Maria si muovono in circolo intorno a un plastico di Palazzo d’Accursio – perché, come sanno anche Bacchiocchi (qui) e Rambaldi (qui), il centro di un sistema è il corpo di maggiore massa e densità. E, quando le loro orbite si incontrano, si stringono la mano destra mentre con la sinistra, dietro la schiena, reggono ciascuno un’arma bianca. Di sicuro, tutti si fermano e iniziano a ululare quando, senza preavviso, le luci si spengono e dal soffitto cala, illuminata da un occhio di bue, una direttiva del Ministero dei Trasporti firmata da Matteo Salvini.

Per essere inclusivi e trasversali, infine, un paio di attrazioni per visitatori destrorsi ci starebbero bene. Avevo pensato a un binario del tram da divellere con piedi di porco o a un crash test da officina meccanica, ma ingombrano tanto e non saprei a chi chiedere. Tutto sommato, potrebbe bastare un simulatore di guida con cui sfrecciare ai 180 km/h lungo le strade del gemello digitale di Bologna, gentilmente offerto dal Tecnopolo. Sono convinto che apprezzerebbero.

Certo, l’idea è emendabile e aperta al contributo di tutti i comitati cittadini, compreso quello che irrimediabilmente nascerebbe per opporsi alla realizzazione dell’esposizione. E non nascondo che più ci ragiono e più la cosa mi pare inutile, certamente grottesca. Tuttavia, dicono che l’Arte aiuti a riflettere anche sulle nostre piccole beghe quotidiane. Il più delle volte, ridimensionandole. Chissà che non funzioni anche a Bologna…


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