E se ricominciassimo da tre?

Nell’anniversario della svolta della Bolognina, una modesta proposta fondata su tre parole semplici, ma potenti, per riprendere quel filo interrotto trentasei anni fa. Equità, sostenibilità e mutualismo, tre chiavi per tornare a immaginare una politica capace di restituire dignità alla Vita, abitabilità alla Terra e rinnovato senso al Fare

di Bibì Bellini, open innovation manager Fondazione Barberini


12 novembre 1989. Il Muro di Berlino è crollato da tre giorni. Achille Occhetto alla commemorazione della battaglia partigiana della Bolognina, nella sala del quartiere di via Tibaldi a Bologna, alla fine del suo intervento, incalzato dagli unici due giornalisti presenti – Giampaolo Balestrini dell’Ansa e Walter Dondi de L’Unità – dice che «Tutto è possibile», anche il cambio di nome del Pci. È la fine del partito comunista che da quel giorno diventa “la cosa”, una sorta di campo magnetico polarizzato tra chi vuole e chi non vuole la svolta e che mette in secondo piano la riflessione profonda sui contenuti e sulla direzione da prendere.

Il resoconto impeccabile di quella giornata lo si trova nell’ultimo libro dello stesso Walter Dondi: “L’ultima domenica del Pci”. Si tratta di un volumetto che è innanzitutto un manuale di giornalismo civile, quello che sapeva fare la seconda, e perfino la terza, domanda, ma che ci offre anche l’occasione per riflettere senza “pessimismo nostalgico” (qui) su quel passaggio cruciale della storia del Paese e della sinistra italiana.

Lo dico subito e con tutto il rispetto per la storia del Partito Comunista Italiano. La svolta del Pci a me ha fatto sempre venire in mente una scena memorabile del film “Ricomincio da tre” di Massimo Troisi. Mi riferisco a quel passaggio in cui Gaetano (Troisi) annuncia al suo amico Lello (Arena) l’intenzione di andar via da Napoli ricevendo dal suo amico un consiglio dal sapore intimidatorio: «Chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca!». 

Va detto che in quel momento non era facilissimo capire la direzione verso cui bisognava incamminarsi, eppure qualcuno comunque ci prova. Lo fa per esempio Michele Serra, che in quel frangente prende posizione per il sì alla svolta e prova ad abbozzare una direzione ambiziosa sostenendo che con la svolta c’era la possibilità di “alzare il tiro” dell’azione politica anziché abbassarlo e che non cambiava di un virgola «ciò che una sinistra degna deve fare e cioè restituire giustizia alle persone che non ne hanno, dare un significato non formale alla parola ‘democrazia’, imporre regole e decenza al nuovo padronato piratesco che si sta mangiando tutto: diritti e coscienze, potere e cervelli».

Oggi occorre dirlo senza troppe cautele: quella missione non è stata perseguita. E non serve incolpare i tempi che cambiavano (cambiano sempre) o l’anomalia dello strapotere di Berlusconi (che non era ancora “sceso in campo”), delle sue reti tv, dei suoi soldi e la sempreverde presunta incapacità di comunicare della sinistra. La balbuzie della sinistra che si manifesta in quegli anni non è stata la causa della sua progressiva perdita di peso, ma sintomo di qualcosa di ben più grave: la mancanza di coraggio e di visione di una parte della sua classe dirigente, scissa tra una postura difensiva e auto colpevolizzante verso l’esterno e una virulenta e “pugnace” al suo interno, alimentando frazionismo e “fazionismo”.

È vero, da ben prima dell’ ‘89 non spirava più “il vento della storia”, per dirla con Franco Cassano, ma la catalessi della sinistra di quegli anni non riesce a vedere altri venti. Venti che oggi sono diventati uragani e che potevano essere interpretati, coltivati e, sin da allora, portati nel XXI secolo.

Come nel film di Troisi c’era almeno la possibilità di “ricominciare da tre” pescando da un cultura ricca e feconda. Dice Gaetano-Troisi nel film: «Tre cose mi sono riuscite nella vita… perchè devo perderle? Perchè devo ricominciare da zero?». A ben guardare, la storia del Pci aveva ben più di tre cose buone su cui costruire una traiettoria trasformativa credibile per il futuro. 

Aveva il coraggio di Berlinguer e alcune sue intuizioni profetiche: questione morale in primis che ha avuto dopo di lui un solo cantore in Stefano Rodotà, il “moralista militante”. Aveva una straordinaria comunità epistemica capace di discutere e di fare. Un patrimonio immenso immolato sull’altare del partito “leggero” diventato poi “piacione” e infine “memetico”. Aveva il pensiero curioso di Claudio Napoleoni sempre pronto a «cercare ancora»: ricordo un suo “Dialogo sull’economia politica” con Massimo Cacciari su Micromega che ancora oggi fatica a invecchiare. Era il 1988 (Napoleoni sarebbe morto quell’anno) e l’economista e filosofo pensava alla possibilità che la sua scienza economica superasse la prospettiva di assolutizzazione della produzione anticipando quel vento che oggi guarda alla post crescita: una riflessione che innerva tanti studi accademici e non solo alcuni circoli della decrescita.

Per non dire dei due discorsi dell’austerità di Berlinguer del ‘77 – ok la parola spaventava e spaventa ancora e sarebbe stato meglio usare “sobrietà” o “frugalità”. Rimane il fatto che quei discorsi rimasero pressoché inascoltati non solo fuori, ma anche all’interno dello stesso Pci. A rileggerli oggi si capisce che quelle riflessioni erano spunti per una nuova economia sociale, non le “lacrime e sangue” dei padroni, ma visione politica che provava a coniugare equità e giustizia sociale fino a prefigurare un nuovo umanesimo.

Stessa sorta toccherà a Occhetto anni dopo col suo discorso sull’Amazzonia. Amazzonia che in questi giorni ospita la Conferenza delle Parti (Cop 30).

In quel dialogo Napoleoni, sempre incalzato e alimentato da un ottimo Cacciari, guarda ad altre due questioni del futuro: le donne e l’ambiente. E dire che il Pci aveva avuto “in pancia” Laura Conti, partigiana e antesignana dell’ambientalismo nostrano, ma anche l’attivismo femminista e intersezionale di Carla Lonzi e Carla Accardi.

Perché non si è dato spazio a quei “venti della storia” che covavano dentro e fuori dal Pci? Perché si è abbracciata una “terza via” insensata che ha preparato il terreno all’ombra nera che attraversa il mondo oggi e che la destra stava meticolosamente preparando dal dopoguerra con le su fondazioni e i suoi Chicago Boys, come ci spiega in maniera formidabile Marco D’Eramo nel suo libro “Dominio”?

Oggi un signore dal giappone, Kohei Saito, riconnette ambientalismo e Marx con un paio di libri che stanno girando per il mondo. Ma avevamo anche a quei tempi in europa gente come André Gorz che stava costruendo l’economia ecologica, e lo stesso Occhetto un qualche retropensiero in tal senso ce l’aveva se oggi parla di ecosocialismo.

Oggi purtroppo sembra tutto impossibile e siamo (quasi) tutti alle prese con una resa invincibile che ci impedisce di immaginare, sperare. E allora forse non ci resta che “Ricominciare da tre”: dall’articolo 3 della Costituzione — come acutamente fa notare Ugo Mazza (qui) — e soprattutto da quel suo secondo, straordinario comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Per quanto mi riguarda, ma dite la vostra se volete, partirei da tre parole bussola: Equità, Sostenibilità, Mutualismo. 

Equità

Da perseguire innanzitutto con politiche pre-distributive in grado di rimuovere ostacoli, garantire accesso e di fatto prevenire la formazione di disuguaglianze. E poi redistribuzione di potere, opportunità e risorse. Non una elemosina di sistema, ma principio politico decisivo in un Paese, il nostro, che ha ha una tassazione regressiva e pertanto incostituzionale se guardiamo all’articolo 53 della nostra Carta che dice: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Sostenibilità

Nel senso pieno e duraturo del termine. Non di “sopportabilità” ma di durabilité, come dicono i francesi. Non slogan green, ma capacità di pensare il mondo come luogo abitabile nel tempo lungo, dove la giustizia non sia solo sociale oggi, ma anche intergenerazionale domani (anche qui, vogliamo dare un’occhiata all’articolo 9 della Costituzione riformata di recente?). Una sostenibilità che finalmente si scrolla di dosso il dogma coloniale della crescita infinita per cercare strade verso una prosperità senza crescita. Che riconosce i limiti del pianeta e un nuovo vento, quello della fisica, che inesorabile sta determinando i cambiamenti climatici causati da tante nostre scellerate attività. 

Mutualismo

Ovvero dimensione collettiva e solidale. Vera e propria filosofia della convivenza. Un modo di stare al mondo in cui libertà e responsabilità tornano a intrecciarsi, dove attenzione alla relazione e riconoscimento dell’altro diventano primo bene comune e la cooperazione tecnologia appropriata per gli anni a venire: arte delle interdipendenze e dello stare al mondo e non solo modello d’impresa d’impianto non capitalistico fondato sulla partecipazione democratica.

Tre parole semplici, ma potenti. Tre chiavi per tornare a immaginare una politica capace di restituire dignità alla Vita, abitabilità alla Terra e rinnovato senso al Fare. 

Può sembrare un’impresa audace, e lo è. Ma in fondo mica partiamo da zero.


Un pensiero riguardo “E se ricominciassimo da tre?

  1. “va detto che in quel momento non era facile capire la direzione verso cui incamminarsi …” Infatti non era alla portata di chi l’aveva intrapresa…..

RispondiAnnulla risposta