Un possibile abbozzo di programma, senza pretese di completezza, da presentare agli elettori, indiscutibilmente stremati dall’intensità di una sindacatura che ha imposto alla città il definitivo passaggio dalla dimensione provinciale a quella metropolitana, con tutte le complessità annesse
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Mentre indagini e proteste di strada per la morte del quarantaduenne Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia in via Svevo, al Pilastro, ci ricordano cosa sia davvero meritevole d’attenzione in quel rione (qui), è forse una buona notizia che il riaccendersi del “conflitto” tra comitati e Comune – casus belli d’occasione, settimana scorsa, gli arredi urbani in Piazza Lipparini (qui) – non abbia sortito, per ora, gli stessi effetti del MuBa.
Certo una discreta dose di calmante l’avrà somministrata la canicola, in tandem con le piogge monsoniche e le raffiche di vento che, in evidente combutta con l’amministrazione, hanno sradicato circa trecento alberi cittadini, compreso il “pioppo incatenato” accanto alle furono scuole Besta (qui). Più probabilmente, attingendo al grande patrimonio pop italiano, questa volta l’opinione pubblica ha scelto di guardare all’ennesima polemica sul verde cittadino con un doppio filtro, a cavallo tra il “Ricominciamo” di Pappalardo e le amare deduzioni del Funari-Guzzanti in collegamento dal Paradiso: «Adesso capisco perché gli angeli nun c’hanno sesso: perché se so’ piallati i cojoni!».
Dunque ci sarebbe forse qualcosa di cui sorridere, cui però si possono accompagnare un paio di riflessioni – semiserie, per carità – su quel che resta di questo mandato amministrativo, al sopraggiungere del suo tramonto. A cominciare dal fatto che da qui in avanti sarebbe bello, in un paesone che sta tentando di farsi metropoli, non dover più assistere allo scontro diretto tra Giunta e cittadini, complice l’inconsistenza di una classe dirigente territoriale spesso indegna di nome e ruolo. La riforma dei quartieri, che dopo lunghissima gestazione sta finalmente vedendo la luce, ha nel suo impianto diversi strumenti che potrebbero essere utili allo scopo (qui). A patto ovviamente che la politica non la svuoti di significato in sede dibattimentale.
Sempre in un parco poi, al Cavaticcio, giacciono seminascosti in mezzo alle fratte i totem di Arnaldo Pomodoro, cui un tempo era riservato uno scranno d’onore in Piazza Verdi, centro pulsante della vita universitaria e culturale cittadina. Il loro trascurato destino fa il paio con quello del selciato intitolato al compositore parmense – ormai convertito ad arena per incontri di lotta libera – e ci ricorda che, una volta posato l’ultimo stramaledetto binario, occorrerà dedicare un po’ di tempo e di pensiero in più al ruolo dell’Arte nella gestione della comunità e dello spazio pubblico in città.
Perché al di là dei “fuori tutto” come Art City e altra varia eventeria, posto il fatto ormai conclamato che un patrocinio comunale gratuito e un po’ paraculo non si nega proprio a nessuno, senza il coraggio di andare oltre il già visto (qui), con una strategia globale che premi la Qualità a discapito della Quantità, ai bolognesi nel tempo libero non resterà altro da fare che consumare spritz e “arte di regime”. Con tutte le conseguenze sociali nefaste del caso, ben note in Francia fin dai tempi di Richelieu e Luigi XIV.
Tra siepi e alberelli, infine, potrebbe diventare non più inconsueto, nel prossimo futuro, osservare la gemmazione non tanto spontanea di piccole comunità di campeggiatori, spinti al nomadismo dall’esplosione di affitti e prezzi indotta, tra le altre e senza damnatio, dalla turistificazione galoppante.
Neo aggregazioni urbane che sarebbero indubbiamente l’orgoglio di Noam Chomsky e non peserebbero più di tanto sui servizi pubblici, potendo contare su una vasta gamma di competenze fatta di docenti, operatori sociali, camerieri, infermieri e operai in cassa integrazione. Un micromondo mutualistico e potenzialmente autosufficiente, su cui però sarebbe utile focalizzare ulteriormente l’attenzione una volta finita la stagione delle feste dell’Unità e di strada, con armocromie incluse.
Senza pretese di completezza, ecco dunque un possibile abbozzo di programma da presentare agli elettori, indiscutibilmente stremati dall’intensità di una sindacatura che ha imposto alla città il definitivo passaggio, troppo a lungo rimandato, dall’adolescenza all’adultità e dalla dimensione provinciale a quella metropolitana, con tutte le complessità annesse. Complessità e contraddizioni che, per essere risolte, andranno per forza di cose abbracciate e comprese, rinunciando una volta per tutte a tentazioni di evitamento.
Qualcuno, per la verità, ha già cominciato il lavoro in tempi non sospetti. È una “sinistra intellettuale” – a tratti un po’ troppo – che da anni si interroga, pur nella difficoltà delle condizioni date, circa le possibili soluzioni collettive del nostro futuro comune. Ma che il più delle volte, per limiti anche suoi, ha ricevuto decisamente più pernacchie che pacche sulle spalle.
Una constatazione senz’altro scoraggiante, che tuttavia non dovrebbe far venir meno la speranza di essere, prima o poi, finalmente capiti. In fondo, come ci ricordava Umberto Eco, gli intellettuali «svolgono la loro funzione prima e dopo, mai durante gli eventi».


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