La recente sentenza sugli allagamenti di via Saffi del 2023, che condanna Comune e Regione a risarcire alcuni residenti, riporta in auge un vecchio dibattito sul tema svoltosi su queste pagine e la certezza che, nel tentativo di fare buona informazione, il rispetto di tempi e modi della legge è sempre una garanzia di qualità del lavoro giornalistico
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Nella settimana in cui la città si accorge finalmente di quanto siano incazzati i suoi cinni, non stupisce che un’altra notizia, per quanto importante, finisca irrimediabilmente in secondo piano. Ma i giornali esistono anche per questo.
Che Comune e Regione potessero essere condannati al risarcimento (qui), nel contenzioso legale con alcuni residenti di via Saffi seguito agli allagamenti del 2023, non era un’ipotesi peregrina nemmeno all’epoca dei fatti. Ma vi si accompagnava la certezza – almeno per chi è obbligato a osservare specifiche leggi dello Stato e deontologie professionali – che in un altro eventuale processo, questa volta per diffamazione a mezzo stampa, le fonti primarie di informazione, per quanto indiscutibilmente competenti e dunque credibili, si sarebbero giustamente rifiutate di testimoniare.
Una consapevolezza che trascende l’argomento specifico, ed è molto diffusa tra i giornalisti di ogni testata e colore politico. Del resto già gravati, in moltissimi casi, da quella doppia spada di Damocle che sono la precarietà del lavoro e l’impurezza pressoché totale dei loro editori. Una duplice considerazione che certo non perdona gli evidenti paraculismi di alcune posizioni, ma allo stesso tempo aiuta i lettori a capire ancor di più perché, nel mondo di influencer descritto qualche giorno fa da Scalabrin (qui), il giornalismo continua il più delle volte a garantire una qualità del lavoro ben superiore a quella di tante altre pseudo professioni, associate genericamente al vaghissimo concetto di “comunicazione”.
In questa “filosofia della tartaruga”, che all’affannoso inseguimento di un eterno quanto instabile presente polemico preferisce il lento incedere verso un futuro decisamente meglio informato e dunque intellettualmente più onesto, si annida poi un altro indiscutibile vantaggio. Ossia che quanto sostenuto al principio di ogni vicenda, se nel frattempo non ha ceduto ai manicheismi digitali tanto in voga, nel momento della sua conclusione non perde valore, bensì lo acquista. E quindi ecco che il dibattito di allora tra Pier Giorgio Ardeni e lo scrivente (qui e qui) non solo torna di attualità in virtù della cronaca, ma certifica la bontà del lavoro svolto da entrambi, pur nella differenza di professione e dunque di approccio.
Perché in uno Stato democratico, fino a prova contraria, è innanzitutto la legge a mediare i conflitti, tutelare la libertà di opinione e persino a validare i ragionamenti politici, quando accusano l’avversario di negligenza.
Diversamente, saremmo tutti vittime di una frenesia dispotica ed egoriferita, preoccupata soltanto di affermare sé stessa e inconciliabile tanto con il diritto all’informazione quanto con il concetto stesso di democrazia. Con buona pace dell’amore per il dibattito pubblico, che è poi la ragione prima per cui si fa questo mestiere.

