Non disponendo della forza, e davanti a una coperta economica che si mostra sempre più corta, la collettività bolognese e regionale non ha altra scelta, per poter competere nel panorama internazionale, che affidarsi alla propria cultura favorendo la cooperazione tra tutti gli attori locali
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Banalizzando di molto le leggi più classiche e fondamentali di quella gaia scienza umana chiamata “Geopolitica”, si potrebbe dire che allo sviluppo di una nazione, e delle forme statuali di cui via via questa decide di dotarsi, concorrono principalmente tre strumenti: la forza, la cultura e l’economia.
Tra i vari elementi che assicurano il funzionamento di questa triade, volendo scendere più nel dettaglio, non c’è dubbio che la demografia svolga un ruolo determinante sotto svariati punti di vista: dalla disponibilità garantita di forza lavoro alla sostenibilità sul lungo periodo dei sistemi di welfare, dalla capacità di sforzo militare alla creazione e diffusione di un campo valoriale e una narrazione condivisi che sostengano, nella sua traiettoria storica, una collettività nel tentativo di affermarsi sul pianeta competendo – o, per i puri di cuore, cooperando – con le altre sue simili e coeve.
Fatte queste premesse, ci si potrebbe divertire, sfogliando le ultime notizie di cronaca locale e analizzandone i contenuti, a far confluire tanto le politiche comunali quanto quelle regionali in un disegno geopolitico organico e decisamente ambizioso, sebbene in scala obiettivamente ridotta. E di soprannominarlo, per brevità e sempre a mo’ di cazzeggio, “geopolitica del tortellino”.
Immaginiamo allora la forza e la cultura come l’uovo e la farina necessari a creare la sfoglia. Ci si renderebbe subito conto, così facendo, che da questo punto di vista non solo il lavoro utile non è ancora cominciato, ma mancano proprio gli ingredienti. Per quanto importanti, infatti, Bologna e l’Emilia-Romagna non dispongono del monopolio della forza che invece compete allo Stato, il quale a sua volta per Costituzione deve – o dovrebbe – ripudiare la guerra. E anche la cultura regionale, nonostante pochi apprezzabili sforzi di sistematizzazione, è ben lontana dal potersi dotare di una struttura autonoma in grado di garantire uno sviluppo organico e cooperativo di tutte le sue componenti, piuttosto impegnate in una competizione fratricida e molto spesso dai contorni francamente grotteschi.
Decisamente più sostanzioso appare invece il ripieno, ossia quell’economia regionale che, del resto, stimola da tempi non sospetti persino gli appetiti pantagruelici delle grandi potenze mondiali (qui). Ma che a sua volta, complice un’attitudine neofeudale della classe politica locale, involontariamente sdoganata da Stefano Bonaccini (qui) e ripresa dai sindaci, in più di un’occasione ha mostrato una certa difficoltà a collaborare tra i suoi attori, dal campo fieristico a quello aeroportuale, e in particolare sull’asse A14 tra il casello di Bologna e quello di Rimini (qui e qui).
Ciononostante, si spera che il recente viaggio diplomatico della giunta bolognese a Ravenna (qui) sia finalmente una presa d’atto della centralità dell’acqua a discapito dell’uovo nel futuro sviluppo della nostra regione (qui), e non una mera rievocazione storica dell’alleanza che ci contrappose alla Repubblica di Venezia nella “Guerra del sale” tra il 1270 e il 1273, rinsaldata questa volta in funzione antiriminese. Staremo a vedere.
Scongiurato il conflitto tra città capoluogo resta allora sul piatto, per le amministrazioni locali, l’altra annosa questione. Ovvero del rapporto di apparente proporzionalità inversa tra lo sviluppo economico e il cosiddetto “inverno demografico”, con già ampiamente previste ricadute sul sistema di welfare bolognese ed emiliano-romagnolo. A rilanciare l’allarme in questo senso, evocando una “legge regionale per la natalità”, è stata l’assessora Isabella Conti, in vista della seconda edizione degli Stati Generali dell’Infanzia e Adolescenza in programma a Rimini dal 10 al 12 giugno prossimi (qui). Ma se dalle sue dichiarazioni emergono senz’altro buona volontà e un indiscutibile rispetto per principi di civiltà come il congedo parentale paritario, più difficile risulta far corrispondere un possibile aumento della natalità regionale con un effettivo miglioramento delle condizioni materiali e di vita dei suoi cittadini.
Riprendendo l’ultimo articolo di Maurizio Morini (qui), si potrebbe dire che il paradosso economico emiliano-romagnolo sia, in realtà, il paradosso italico per eccellenza. Vale a dire quello di un paese che, da De Gasperi a Meloni e passando per tutti i governi in mezzo, ha sempre favorito l’occupazione a discapito della competitività delle aziende. Una scelta che, nell’economia industriale classica cui eravamo abituati fino a poco tempo fa, poteva pure reggere sul proscenio internazionale grazie alle filiere europee o con qualche ingiustizia tipo il Jobs Act, ma che diventa assolutamente impraticabile nell’economia digitale e globale che, anche qui da noi, si sta pian piano affermando. Il caso Bonfiglioli di questi giorni (qui), in tal senso, è infatti soltanto l’ultimo di una lunga serie che vede, con sempre maggior frequenza, contrapporre il diritto al lavoro alle grandi possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico. Un dilemma antico e irrisolvibile, perlomeno in un sistema capitalistico che non preveda contromisure in senso ridistributivo (qui).
In prospettiva, dunque, i figli non ci servono né a fare la guerra né a lavorare in fabbrica. Il che è probabilmente di grande sollievo alle giovani coppie, che possono così auspicabilmente scegliere, senza pressioni sociali, se diventare genitori o no. Ma a meno di non voler fare dei nuovi nati una generazione di os e badanti (qui), resta irrisolta l’ultima questione: in un società anziana in cui il lavoro a bassa qualifica progressivamente sparisce e la ricchezza si concentra nelle mani dei pochi che detengono i mezzi di produzione e di rendita, che fine fanno i servizi e chi li paga?
Da un punto di vista finanziario, ben vengano strumenti come le aliquote locali (qui), l’imposta di soggiorno o l’innominabile patrimoniale, che potrebbero essere decisamente utili alla causa. Per non parlare della robot tax su macchinari autonomi e Intelligenza Artificiale, che in Italia sa ancora di fantascienza fiscale. Ma non basterebbero comunque a coprire il fabbisogno, e soprattutto non valorizzerebbero in alcun modo il capitale umano che, in ogni caso, le nuove generazioni rappresentano.
Ecco allora che torna, quasi inaspettato, il secondo dei tre strumenti geopolitici fondamentali. Perché la cultura, nel suo senso più pieno, è quella cosa che accomuna, primariamente per tramite dell’istruzione, l’artista all’imprenditore o il chirurgo all’operaio metalmeccanico. L’unico collante in grado di tenere insieme gli ambiti della società nel loro complesso – dall’Arte alla Cura, dall’Industria al Turismo – con la sola forza del suo insegnamento base. Che è, o dovrebbe essere, la responsabilità sociale di ciascun individuo.
Non si tratta quindi di ridurre tutto a formule già note come il welfare culturale o i “camperemo di turismo”, bensì di riconoscere che, se la nostra collettività vuole sopravvivere in quanto tale, davanti alle sfide che stiamo affrontando e affronteremo in futuro, l’intuizione prodiana di una via Emilia come via della conoscenza, valorizzando e connettendo tra loro competenze e saperi in ogni ambito, è l’unica strada percorribile.
Con una battuta, in conclusione, si potrebbe dunque dire che la prima cosa da fare è l’integrazione tra atenei. Le fiere e gli aeroporti seguiranno. Più seriamente, tocca riconoscere che il Professore, anche in questo caso, ci aveva visto più lungo di altri. Ciò detto, non c’è di che stupirsi. In fondo, come i puristi sanno, nel ripieno dei tortellini la mortadella è ingrediente indispensabile.


L’Italia mostrò grande capacità di innovazione negli anni 50 e 60 con alcuni primati nel contesto economico mondiale. Si chieda cosa è successo.
scelte politiche che strizzano l’ occhio ad attori diversi , da una parte le grandi multinazionali dall’ altra a compensare il divario economico sociale creando i Poveri di Professione