Vagliate tutte le ipotesi in campo, allo stato attuale, non si capisce davvero di cosa abbia paura il centrosinistra bolognese in vista delle Amministrative 2027
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Difficile non concordare con Giovanni Favia, leggendo la sua esegesi del comunicato con cui il Partito democratico, per tramite della “segretaria cittadina” Isabella Angiuli, si scagliava con impeto contro la partecipazione sua e di Alberto Zanni alla convention di Noi Moderati – il partitino di Maurizio Lupi, per chi se lo fosse giustamente dimenticato – accusandolo, in sostanza, di connivenza con il nemico (qui).
Tesi “fobica”, quella di Favia, ormai accertata dalla storiografia. Se nella vita di tutti i giorni ciascuno di noi ignora tendenzialmente ciò che più lo intimorisce, infatti, in politica di norma accade esattamente il contrario. La domanda da porsi, a questo punto, è perché tale pattern si stia manifestando con insistenza, e da qualche tempo, anche sotto le torri.
Osservando il tavolo da gioco e i partecipanti, allo stato attuale, la situazione appare indubbiamente grave ma non seria. Mentre a Roma i cattodem si riuniscono in conclave (qui), per non ammettere che l’unica loro via di salvezza passa dall’ex premier di Rignano, già schieratosi con Lepore (qui), nel centrodestra Fratelli d’Italia propone una candidatura civica per non dover forse confessare, ad alleati e avversari, che è sì disponibile a portare un candidato politico alle amministrative bolognesi, ma soltanto a patto che abbia la tessera della fiamma tricolore (qui). Pretesa comprensibile, ci mancherebbe, se non fosse per la scarsità di coraggio mostrata dalla sua classe dirigente locale. E se non ci trovassimo nella città della bomba di cui molti di loro, ancor oggi, si ostinano a mettere in dubbio la paternità.
Annichilitisi i principali oppositori interni ed esterni, dunque, al primo partito di governo cittadino non resterebbe logicamente altro da fare che prendersela col civismo, qualunque cosa questo termine voglia significare (qui). Civismo che, nel frattempo, assomiglia sempre più a una nebulosa di cui è via via più difficile individuare i contorni: tra gli ultimi ad affacciarsi, su “Orizzonti 2027”, Mauro Felicori e il signor rieccolo Fabio Battistini. Dei due leocorni, invece, ancora nessuna notizia. Ma fonti qualificate si dicono fiduciose.
Rebus sic stantibus, diagnosticare i timori democratici parrebbe operazione assai semplice: un ballottaggio con possibile convergenza tra avversari, in nome della caduta dell’impero. Diagnosi banale che chi scrive potrebbe pure condividere, ripensando a quell’avventore riottoso che, qualche tempo fa, tra i tavolini del Barazzo affermava con veemenza che i fasci certo non li votava, ma che Favia era l’unica speranza. Assicurando poi con altrettanta convinzione di non essere il solo, in città, a pensarla in quel modo.
Il campione, tuttavia, è molto piccolo. E si sa che Borgo San Felice (qui), per quanto grande sia, è patria di anarcoidi e avvinazzati. Dunque giusto fare la tara, regalandosi un supplemento di riflessione. Perché se la nebulosa civica è ben lungi dal collassare nel buco nero elettorale che ambisce a diventare, restano sul piatto tutte le premurose attenzioni ricevute da chi, sulla carta, nella competizione parte nettamente avanti a lei.
Comprensibile quindi, in ossequio al proverbio fiorentino dedicato al santo di cui porta il nome, che Giovanni Favia giochi di sponda e pretenda di sgombrare il campo dalle accuse di intrallazzo che gli recapitano i dem. Più difficile, senza l’ausilio di uno specchio, trovare risposte all’atteggiamento di particolare cura riservatogli da questi ultimi.
Vagliate tutte le ipotesi, in vista del 2027, non si capisce infatti di cosa abbia davvero paura il centrosinistra bolognese. Salvo che, viene il dubbio, a fargli sinceramente orrore non sia niente più e niente meno che sé stesso.
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