«Il capitalismo modella la città, ecco perché ci ruba il sonno»

Fabbriche sferraglianti e movida senza freni. I cittadini protestano e ci sono leggi che li tutelerebbero in entrambi i casi: il fonometro non è opinabile e non differenzia le “fonti” del rumore. Perché non si interviene per il rispetto delle regole? La città del loisir è possibile perché ora è ammessa la concentrazione di esercizi simili, una volta vietata per il rispetto della concorrenza. È la “rendita urbana” che sta portando alla città 24h/7g dove forse sparirà la residenza. Va tutto bene?

di Ugo Mazza, già dirigente politico


È da tempo che ci penso, gli articoli di Di Biase (Le gonadi danzanti) e Moscato (Piazza Verdi: la gente non dorme, il dialogo non sta molto bene) mi hanno spinto a farlo. Scrivo della “movida”, della “società del loisir”. Di un bel libro: “24h/7g, il capitalismo ci ruba il sonno”. Questa è Bologna, o lo sta diventando?

L’articolo di Emily Clancy («La notte non può essere un problema di ordine pubblico») evidenzia le contraddizioni, con proposte intelligenti e possibili. Stiamo parlando anche del futuro: cosa farà il Comune per la riorganizzazione e la convivenza urbana?

Partiamo dal rumore: se in via xxxxx, o ovunque, ci fosse una fabbrica ne chiederemmo lo spostamento immediato per il rumore, interno ed esterno. Parlo di “esternalità”, rumore dovuto all’attività, anche di bar, ristoranti, musica, ecc.; il rumore eccessivo è dannoso per la salute di lavoratori e cittadini. Ci sono leggi a tutela dei lavoratori, qualcuno controlla? Un’altra, del ’91, tutela i cittadini definendo i livelli del “rumore esterno”, da non superare di giorno e di notte, le “deroghe”, limitate, le decide il Comune. Il rumore si misura con il fonometro, non è un fatto opinabile e non differenzia le “fonti”. I cittadini protestano, più per quello notturno: perché non si interviene per il rispetto delle regole?

La seconda questione è data dalla “zonizzazione”, la “città del loisir”. Anche un occhio poco esperto coglie che qualcosa è cambiato: un tempo la distanza tra locali simili, bar e bar, drogheria e drogheria, era regolata dal Comune per il “rispetto della concorrenza”. Oggi è l’opposto. Grazie all’abolizione di norme nazionali, i gestori hanno capito che la concentrazione aiuta il loro business; in passato ci si accordava sul locale in cui vederci, oggi si sceglie la “zona” in cui ci si trova poi, come i topini nei giochi di fiera, cerchiamo un buco, un locale, dove entrare. Una “zonizzazione di fatto” che ha cambiato le regole della concorrenza con evidenti squilibri: ci sono zone e locali straripanti e strade e locali vuoti.

In questo contesto, non si capisce perché un locale possa avere “in strada” molti più “posti” di quelli che ha all’interno. Così crescono gli affari come i problemi, caos e rumore; si altera la concorrenza tra zona e zona, cresce lo squilibrio urbano e la “rendita urbana” impone fitti crescenti da compensare. Come si farà a riequilibrare una trasformazione “senza regole” di questo genere, con profitti crescenti? Certo, c’è anche “lavoro e occupazione”, ma salute e diritti sono controllati?

Poi c’è la “catena del valore”, cioè la città 24h/7g che sta delineandosi. Allo sguardo incredulo, chiedo: «Secondo te perché una discoteca apre a mezzanotte?». Le risposte sono le più varie; io penso che sia quello più forte di una catena di più anelli che parte nella prima serata e arriva al mattino, che unisce l’aperitivo al bombolone; una “catena del valore” da studiare.

Il capitalismo ci ruba il sonno nel senso che muta i tempi della città, trasforma la sua configurazione secondo logiche proprie; una “logica del prelievo” che determina quella e altre “catene del valore”, forme lecite ma esasperate e tali da sconvolgere il senso della vita delle persone, sia attori che spettatori. La città si trasforma sotto la pressione della “rendita” incontrollata, oggi si vedono strade e zone con le serrande abbassate fino al pomeriggio, domani forse sparirà la residenza, va tutto bene?

Come si legge, non ho scritto dei giovani, la prima “merce” di questa “catena del valore”. Su questo Emily Clancy ha scritto di proposte da praticare per una convivenza consapevole; ci sono anche problemi di spaccio, vendita abusiva di alcool, ecc.; come lei penso che i problemi di “ordine pubblico” siano limitati e controllabili, le questioni che si pongono sono ben altre.

Io vedo uno “scontro di potere” per la privatizzazione degli spazi pubblici nelle parti più belle e delicate della città, “commercianti” che debordano, gruppi di giovani che insediano la loro “tribù”, con riti e rumori riconoscibili. Sono logiche dello status quo, vanno contrastate sul piano culturale con una pluralità di competenze e la partecipazione di residenti, commercianti e giovani per definire regole urbane condivise.

Una situazione che non si risolve in un colpo solo; serve una visione coerente basata su principi autonomi da quella “catena del valore”, con una “idea di città” basata sulla sobrietà e la bellezza. Il “concetto di limite” è uno di questi, vale per la convivenza civile come per la convivenza con la natura che quella trasformazione capitalistica senza limiti sta usando come merce, similmente alle persone. 

Forse appaio eccessivo, ma invito a ragionarci e a contraddirmi. Importante è cambiare questa realtà.

Photo credits: Alina Grubnyak


3 pensieri riguardo “«Il capitalismo modella la città, ecco perché ci ruba il sonno»

  1. Ragionamento complesso e temo un po’ troppo raffinato per le nostre abitudini. La democrazia prevede norme che dovrebbero tutelare il diritto, ma purtroppo chi è finanziariamente forte si autotutela mentre ai deboli pensano in pochi. E i problemi di ordine pubblico sono incancreniti da una tolleranza che prevede alcune zone franche. In quelle zone i cittadini non hanno diritti, la presenza del Comune non si avverte e le forze dell’ordine sono chiamate a vicariare l’assenza dell’autorità municipale. Ci sono zone dove vedere un agente di polizia municipale è una autentica rarità come abbastanza rara è la cortesia che si ottiene interpellandoli.

  2. grazie per l’attenzione.
    Penso che chi governa processi complessi dovrebbe guardare oltre la contingenza e affrontare le questioni strutturali che sono di sua competenza o sollecitare chi ne ha la competenza a farlo.
    Sono consapevole dei rapporti di forza reali, ma se non si interviene con lungimiranza penso che il potere pubblico sia sempre più debole di fronte a poteri concentrati, cresciti anche per la sua inerzia passiva sul piano culturale e programmatico, oltre che sanzionatorio.

  3. A proposito di …
    Sono logiche dello status quo, vanno contrastate sul piano culturale con una pluralità di competenze e la partecipazione di residenti, commercianti e giovani per definire regole urbane condivise.

    Sul cambiamento di questa realtà si dovrebbe aprire un dialogo, che vada oltre i confini di una città.

    Lo penso dal punto di vista di nonno di 4 nipoti “nativi digitali”.

    Con il digitale ha iniziato a confrontarmi nel 1969 per tentare di evitare, senza poter contribuire a riuscirci, di diventarne tanto dipendenti da non capire che il problema di fondo è la comunicazione interpersonale.

    La comunicazione tra sistemi tecnologici, da quando sono diventati “rete”, si è evoluta al punto che sistemi diversi possono interconnettersi e “interoperare”.

    Alla comunicazione sociale invece non si è potuto dare l’opportunità di evolvere.

    Le scelte istituzionali errate che lo hanno impedito andranno messe bene in evidenza, se si vuole dare un senso pratico all’affermazione che le …

    logiche dello status quo vanno contrastate sul piano culturale con una pluralità di competenze e la partecipazione …

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